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Ricordi, rimorsi, rimpianti... suggestioni, impressioni, riflessioni di una gatta psicopatica.


Riflessioni


27 gennaio 2009

Da una lettera.


http://www.strykowski.net/eng/Auschwitz/Auswitz_-_shoes_of_the_prisoners_-_photography_3434.php

Dalla lettera ad un recente amico ebreo-israeliano, residente a Tel Aviv.

[...] Stamattina ho pensato a te appena mi sono svegliata: è il 27 Gennaio, il Giorno della Memoria.

Mi sono informata, da brava ignorante qual sono e ho scoperto che è una istituzione molto recente. Chissà come mai io non ricordavo fosse stata riconosciuta in Italia nel 2000 e che quindi solo nel 2001 è stata la prima volta che anche la nostra nazione ha abbracciato tale iniziativa.

Sono nata nel 1958, in un paesino contadino, nel quale erano ancora molto vivi i racconti (e i rancori) nei confronti della dittatura, tredici anni dopo la guerra. I miei genitori, i nonni, la scuola, tutti ci hanno dipinto l'orrore fascista e soprattutto nazista. Ne sono stata molto toccata, ne sono tuttora sconvolta.


In Europa bruciava la guerra, ma soprattutto l'odio. Ho letto tanti libri sull'argomento: non riescono mai a farmi pensare: "Cose che già si sanno".

Non si può rimanere indifferenti.

Per questo credo che sia giusto e pedagogico che anche le generazioni che sono venute dopo si scontrino con l'angoscia della seconda guerra mondiale, con il suo drammatico epilogo in Giappone, con la ferocia di intere popolazioni istigate contro altre, con le brutture più spaventose... Anche se l'occhio vorrebbe non vedere e l'orecchio non sentire.

Ci sono cose che non si devono dimenticare, tanto più se esistono già gruppi di revisionisti della storia che le negano (compreso uno dei vescovi cattolici scismatici di Lefebvre, cui è appena stata revocata la scomunica, provocando un certo scandalo).

Immagino che certo tu o i tuoi figli non dimenticherete, essendo stata la vostra famiglia coinvolta personalmente, ma che anzi ogni giorno per voi sia "IL giorno della memoria".

Oggi ho visto per la prima volta Tel Aviv (Collina della Primavera) e sono rimasta stupefatta: è così grande, ariosa, tutta adagiata sulle rive del Mediterraneo...
E' così lontana dalle immagini che la televisione o internet o i giornali ci hanno riportato anche il mese scorso: guerra, bombardamenti su civili palestinesi a Gaza, attentati su civili inermi, magari su un autobus che li porta al lavoro...

La "questione arabo-israeliana" ha suscitato interesse in me fin da ragazza, ma non l'ho mai studiata a fondo e non ho mai preso una posizione precisa: non sarei in grado di farlo.

Quando frequentavo le elementari, il nostro maestro ci parlava di Israele come di un esempio di forza di volontà, di riscatto positivo; la lingua imparata dal nulla, i kibbutz, il doversi difendere da deserto e popolazioni ostili... Per me gli israeliani erano gli "ebrei" sfuggiti all'olocausto, erano i "buoni" contro i "cattivi" e provavo per loro molta ammirazione.

Ora mi rendo conto che israeliano ed ebreo non sono termini intercambiabili. Capisco anche che vennero commessi grandi pasticci politici in tempi passati e che ciascuna popolazione residente rivendichi - credendo di averne totale diritto - quello che ritiene essere il proprio territorio.

Penso che l'Europa soffra ancora di un certo senso di colpa nei confronti dell'olocausto che ha perpetrato o avvallato o del quale ha finto di non sapere e che il moderno Stato di Israele tragga vantaggio da questo, quando si accanisce su popolazioni martoriate.

Lo so che da lì viene anche il terrorismo, ma il dolore per un figlio innocente morto non è uguale per tutti?

Tempo fa avevo assistito in Tv ad un servizio giornalistico riguardante una comunità di israeliani e palestinesi che avevano fraternizzato proprio su questa base comune: avere avuto un lutto in famiglia. Quello che avrebbe dovuto scatenare l'odio reciproco, li aveva invece avvicinati.

E' una domanda retorica, mi rendo conto, ma... Perché gli uni e gli altri non sentono il dolore altrui come il proprio?

Questo discorso vale per ogni luogo della terra in cui si sono consumate guerre o faide simili: i morti del nemico valgono meno.

Mi interesserebbe che tu, da israeliano, mi raccontassi come si vedono e vivono le "cose" da lì, dall'interno.

Oggi comunque è il 27 Gennaio.
Basterà, negli anni che verranno, come monito per le generazioni future? Non lo so.
Intanto chiniamo il capo in memoria e omaggio a tutti i sopravvissuti e i martiri di quell'immane, terrifficante, lunghissimo delirio. [...]





Foto tratta da:
http://www.strykowski.net/eng/Auschwitz/Poland_-_Oswiecim_-_Holocaust_-_photos_3448.php



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permalink | inviato da gatta nera il 27/1/2009 alle 7:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


31 dicembre 2008

Le candele del tempo.




Cosa sono gli anni, se non una condivisa convenzione per scandire l'avvicendarsi  inesorabile di una continua trasformazione, in una dimensione che la nostra ragione è troppo limitata per comprendere?

Facciamo rientrare tutto nei binari del tempo per non impazzire, per stabilire inizio e fine e non mutamento, nell’illusione di detenerne in qualche modo il controllo.

Così stanotte parte dell’umanità (e già questo dovrebbe far riflettere) festeggerà la morte di un anno, chiamato 2008 e la nascita di un altro, il cui nome – 2009 - fu stabilito da antiche generazioni.

Una magia propiziatoria, una cerimonia che va celebrata secondo precisi rituali, primo fra tutti lo scambio di auguri: se è stato un anno funesto, che passi in fretta al passato e se è stato felice che lo sia meno del prossimo.

Non consideriamo che si sta spegnendo un pezzetto della nostra vita? Io credo di sì, ma esorcizziamo la nostra paura con una festa, anzi “la festa”, condannando al rogo il passato e guardando a un futuro che sappiamo incerto, ma che fortemente vorremmo splendido.

Parole iperboliche corrono sul filo del telefono, negli sms, nelle voci eccitate: ha un senso tutto questo? Possono gli auguri generare tanta energia collettiva da influenzare la realtà?

Forse sì, lo potrebbero se non fosse che questa energia è intensa, potente, ma si brucia in fretta nei primi giorni del nuovo anno, non appena la nostra vita riprende il ritmo usuale, proprio quello dell’anno appena lasciato.

Gli auguri sono l’espressione dei nostri sentimenti, ci fanno sentire il reciproco affetto, ci provano che non siamo soli, che siamo amati, ci circonfondono di un’aura di energia positiva che non dovremmo permettere di sciogliersi, ma tenere cara anche per i mesi a venire.

Con questo stato d’animo dovremmo affrontare il mutamento; chiamiamolo pure tempo se questo ci aiuta, dimentichiamo il passato e proiettiamoci nel futuro, che non sia una festa fine a se stessa.

A tutti dunque auguro un 2009 pregno d’amore e di passione per la vita, una candela che non faccia in tempo a spegnersi, ma che, giunta al suo termine, accenda e rinvigorisca quella di un altro nuovo anno. 
                                                                   
 


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permalink | inviato da gatta nera il 31/12/2008 alle 23:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


16 settembre 2008

Del disordine caotico e dei rapporti virtuali e reali.

 

Seduta sul pavimento, accerchiata, presa in trappola, da pile di scatole e scatoloni, cerco di sistemare brandelli di vita, raccolti alla rinfusa in contenitori vari.

Ci sono gli ultimi cinque anni, scompigliati dalle periodiche e affannose ricerche di documenti o oggetti che sembrano assorbiti nel marasma e che regolarmente compaiono quando sto cercando, sempre afflitta dall’urgenza, qualcos’altro che non trovo.

Sono la rappresentazione esteriore del mio disordine interiore: ormai è una montagna polverosa e caotica che mi sovrasta e mi spaventa.

Sto meditando su quale di queste due strategie sia meglio adottare: tenere quello che si deve e buttare quello che si può o gettare ciò che si deve e trattenere ciò che si può… Quand’ecco, mi capita tra le mani un plico di fogli contenuto in una bustina di plastica trasparente.

Sono stampe di mail ricevute anni fa; la prima è del Dicembre 2003, auguri di Natale, dal tono confidenziale, per me e la mia famiglia, firmati da un tal Michele Zardi: ”Carneade! Chi era costui?”,  mi sovviene l’esclamazione di manzoniana memoria.

Proseguo e mi ritrovo a leggere conversazioni di qualche anno fa, con varie persone  e tutte molto affettuose.

Con la mania che ho di conservare tutto, nell’illusione di rallentare il tempo, di ritrovare - attraverso gli scritti - brevi istanti felici, resto ancorata al passato e tralascio di vivere il presente.

Non so fare una selezione tra le cose importanti e quelle insignificanti come un folletto di polvere, in un pomeriggio d’estate.

Così ora ho dinnanzi agli occhi parole pensate anni fa, da qualcuno che non si ricorderà di me, come io di lui; sentimenti bruciati con la rapidità di un foglio di carta, che sicuramente sembravano così intensi e invece erano un fuoco evanescente, di cui si è disperso in fretta il fumo.

Scorrendo lo sguardo su tutte quelle scatole colme di cianfrusaglie che soffocano oggetti e documenti che andrebbero conservati in ben altro modo, mi rendo conto che rappresentano la mia vita: un caos totale che mi confonde, fino a non riuscire ad individuare le priorità.

Non so mai qual è il lavoro che devo svolgere per primo, non so organizzarmi… Agitata, passo da una faccenda all’altra e finisco per essere bloccata dalla morsa dell’ansia. Da molto tempo i miei pensieri sono confusi come il contenuto delle scatole che mi attorniano.

Ripenso a Michele Zardi e a tutti gli altri che, in questi cinque anni di frequentazione della rete, sono passati nella mia vita e mi rendo conto di quanto le conoscenze in internet siano effettivamente virtuali, se non supportate da un dialogo continuo, meglio ancora da qualche incontro.

Avete mai notato quanto slancio vi sia e che abbondante uso si faccia di termini affettuosi e iperbole? Le prime volte che mi rapportavo ad altri internauti, rimanevo interdetta, imbarazzata: non capivo queste manifestazioni di affetto per una persona di cui conoscevano appena qualche dettaglio di un intero mondo, rispondevo in modo impersonale, raffreddando la controparte.

Poi si fa l’abitudine, si capisce che quello della rete è un linguaggio a se stante, costellato di tante “faccine” per ovviare all’impossibilità di leggere in un’espressione, in un lampo dello sguardo; a volte ridondante, esagerato nella forma, per sottolineare un calore che non può essere quello di due mani che si allacciano, di due corpi che si stringono in un abbraccio.

Sovente qualcuno mi scrive che gli pare di conoscermi da sempre, che non si è mai confidato tanto quanto con me, che sono una persona speciale e tanti altri apprezzamenti: non mi riconosco e non per modestia, ma perché non sono come vengo percepita.

Diamo di noi una parvenza che chi legge fa sua, secondo il proprio modo di sentire.

Nascono così le grandi amicizie, quelle “speciali” che nella vita non si sono mai incontrate; non posso fare a meno di domandarmi come mai in rete ci siano tante anime belle, che nella vita reale si nascondono.

Magari una di queste è la nostra collega di ufficio, ma il pudore di rivelare se stessi, che ci limita nei rapporti interpersonali, nella virtualità scompare.

A parte coloro che dietro un nick si creano una identità alternativa, quella di cui avrebbero voluto essere titolari, ma che il destino non ha loro attribuito, gli altri – complice l’anonimato - esprimono i pensieri più profondi, più segreti, le passioni, il sentire con la pancia, con il cuore o il raziocinare e i sofismi più raffinati.

Si scrivono poesie, si racconta, si affrontano temi sociali, si parla dei propri guai, ci si confronta: è una esplosione di personalità caleidoscopiche, spesso affascinanti.

Viene allora spontaneo chiedersi se dietro i Monsieur Travet del quotidiano non si nascondano spiriti eclettici, castrati dall’abitudine dei rapporti stereotipati o se la realtà virtuale non faccia da filtro, presentandoci solo alcuni selezionati aspetti di Monsieur Travet.

Intanto contemplo quelle onde di scatole dal contenuto dimenticato e d'improvviso le associo alle cartelle dei miei numerosi contatti, dove sono raccolte tante mail di troppe persone: fuochi fatui di cui non ricordo nulla, meteore sfolgoranti che sembravano affetti così intensi e poi svanite senza traccia, a parte un piccolo calore, una brace coperta di cenere.

Cosa resta di tutti quegli abbracci e baci inviati da lontano, dei complimenti, delle critiche, dei sentimenti? Nomi che tendiamo a dimenticare, facce mai viste se non in qualche istantanea o nemmeno, luoghi in cui abbiamo immaginato i nostri “amici”… Solo qualche pallido fantasma?

No, resta un arricchimento interiore, una più affinata capacità di comprendere gli altri, una mente più aperta al dialogo, al confronto… O almeno, questo dovrebbe rimanere.

Allora, a che pro tenere tutte quelle cartelle zeppe di mail, scatole tracimanti di parole impolverate? Quello che ci hanno trasmesso e che forse anche noi abbiamo regalato, fanno parte ormai della trama e dell’ordito della nostra persona: quando non lo abbiamo rigettato immediatamente come un veleno, lo abbiamo assorbito e fatto nostro.

Ci sono pur tuttavia le eccezioni: quegli amici diventati reali, a cui ci lega un bene particolare, che sanno di noi più di qualunque altro a parte noi stessi, che sono usciti da una realtà virtuale per diventare parte integrante della nostra vita, che frequentiamo attraverso vari mezzi di comunicazione, da anni.

Nasce perfino l'amore in rete e spesso resiste anche alla prova della fisicità, a testimonianza che, nonostante viviamo in un mondo dove l'apparire conta più dell'essere, ci sono ancora persone che si innamorano dell'interiorità e non di una bellezza effimera e talvolta solo facciata di un palazzo vuoto.

Il tempo scorre: meglio smettere di divagare e tornare alla selezione delle mie concrete, rigonfie e caotiche scatole.

 




21 Settembre 2008 - Dalla lettura dei commenti, mi sono resa conto che non sono riuscita a farmi capire: mi sono persa in rivoli, anziché seguire il corso del fiume.

L'intenzione era quella di sottolineare il carattere dei rapporti virtuali, ma soprattutto la mia difficoltà di compiere una scelta: sono numerosissime le personalità che mi affascinano, ma il tempo a disposizione non permette di conoscere e frequentare tutti.

L'analogia era tra l'incapacità di decidere, senza rimpianti, quali dei ricordi affastellati nelle mie scatole di cartone fossero da conservare e quali da buttare e quella di operare una selezione tra le persone che ho "classificato" nelle scatole virtuali, le cartelle della posta elettronica.

Finisco per intrattenere rapporti intensi, ma brevi, oppure lunghi, ma superficiali; conto numerosi conoscenti, ma quasi nessun amico; faccio una gran confusione fra le vite degli altri e i relativi dettagli.

Tutto questo non mi piace, tuttavia non vedo soluzioni alternative.  Qualcuno sa suggerirmene?

 


8 agosto 2008

Chi sono gli amici "difficili"?

                                                            

 

Quelli come me, che se trovano un amico, invece di tenerselo ben stretto, lo sfiancano fino a perderlo.

Gli mancano di rispetto e lo trattano come una stampella sempre pronta a sorreggerli.

Sono ossessionati dai loro problemi e coinvolgono l'altro parlandogli troppo spesso dei propri guai: sono egocentrici.

In buona fede chiedono aiuto, ma poi non mettono in pratica i consigli ricevuti e si fossilizzano, diventando davvero ingombranti.

Quelli dai quali, infine, si fugge come davanti alla minaccia di uno tsunami.

 

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"Oh Signora Threadgoode,
io mi sento troppo giovane

per essere vecchia
e troppo vecchia
per essere giovane!"
 
Fried green tomatoes
27 Dicembre 1991.


 

 "La donna nell'arte"

 

 

"Women in film"
 

 

Toutefois
l'amour vrai rare peut être,
il est moins ainsi que l'amitié vraie.

Per quanto
il vero amore possa esser raro,
lo è meno della vera amicizia. 

François Duc de La Rochefoucauld

 

 

 


 

 

 Non nascondere
il segreto del tuo cuore,
amico mio!
Dillo a me, solo a me,
in confidenza.
Tu che sorridi così gentilmente,
dimmelo piano,
il mio cuore lo ascolterà,
non le mie orecchie.
La notte è profonda,
la casa silenziosa,
i nidi degli uccelli
tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti,
tra sorrisi tremanti,
tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore.

  Rabrindranath Tagore

                                     


    


    Le aleggiava sulle labbra
e le splendeva negli occhi
un sorriso tenero e radioso,
che pareva scaturire
dal cuore medesimo
della femminilità.

 
"La lettera scarlatta"
Nathaniel Hawthorne

 

 

                                               
 
                                                        
             Pierre Auguste Renoir
                 Spring bouquet, 1866


 
 


           

 

"Non permetterò a nessuno
 di mettermi in gabbia".


"Non voglio metterti in gabbia,
 io voglio amarti".

 

" E' la stessa cosa".



              
 

 

 

 


Sognare 

Fabia, sono Catullo.
Ti ricordi quando volevo baciarti
e non l'ho fatto?
Quando volevo toccarti
e non ho potuto?
Quando volevo portarti via
e me l'hanno impedito?
Ora ti sogno tutte le notti
e nessuno può farci nulla.

Da: Poesie d'amore
Enrico Galavotti

                                              
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Hanno alzato lo sguardo
a questo firmamento:


    


Adriana Libretti
Aidi
Aislinn
Ale (a destra)
Aleiorio
Alice
Alternativo 2
Amore di grafica - Kekkina
Anabasi
Animainviaggio
Annamarea - Anna Maria
Annie 80
Anelli di fumo - Sciltian
Ape_blog
Arciprete
Arraffagatto (Arfasatto-Serapione) - Elena
Attimo fuggente
Aurora 86
Barbarab
Baskerville *
Batlogreturns - Kia
Beppone
La casa di Beppone
Blue River - Mass(im)o
Bread & Roses - Simona
Broken clock
Calimero (Nuvolee)
Calma apparente - XaoS
Calzetta
Camera con vista - Claudia
Caravanserral (ex Il cavaliere
errante) - Nicola
Carezza invisibile - Irene
- ex BBMount
Carlo Rubboca *
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Coda di lupo - Gian Pietro
Concy 31
Cristiana G.
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Dimensione (distrattamente) Morgana - La bottega di spezie - Laura
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Eta-beta - Gabriella
Ex Rastagirl- Dina *
Exit - Enrico
Exodus Raian - Mauro Dino *  (doppio link)
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