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Ricordi, rimorsi, rimpianti... suggestioni, impressioni, riflessioni di una gatta psicopatica.


Storia


27 gennaio 2009

27 Gennaio - Il giorno della memoria.

 
 

« Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo,
che ha fatto della mia vita una lunga notte
e per sette volte sprangata.

Mai dimenticherò quel fumo.

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini
di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo
sotto un cielo muto.

Mai dimenticherò quelle fiamme
che bruciarono per sempre la mia Fede.

Mai dimenticherò quel silenzio notturno
che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.

Mai dimenticherò quegli istanti
che assassinarono il mio Dio e la mia anima,
e i miei sogni, che presero il volto del deserto.

Mai dimenticherò tutto ciò,
anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso.
Mai. »


Elie Wiesel, "La notte", edizione italiana la Giuntina, Firenze, pp.39-40.



      

Foto tratta da:  http://www.strykowski.net/eng/Auschwitz/Photographies_from_Auschwitz_3449.php


20 agosto 2008

1968 - Praga. La primavera, l'estate e l'inverno.





L'Espresso - 1 settembre 1968
Testimonianze / la protesta dei giovani di praga

Li ho visti danzare attorno ai carri armati

di Umberto Eco

"Perché siete venuti?”, urlano ai russi. “Non eravamo amici ?"

 Clicca sull'immagine
per ascoltare "Primavera di Praga" di Francesco Guccini.


Praga – Adesso che sono uscito, e qui a Vienna mi arrivano telefonate dall’Italia, tutti mi chiedono perché non sono restato. Ero sul posto, altri giornalisti erano partiti proprio due giorni prima, non dovevo rinunciare al colpo. Potrei rispondere che avevo problemi di famiglia, e che avevo benzina appena sufficiente per raggiungere la frontiera austriaca.
La ragione però è un’altra: potranno ancora succedere molte cose a Praga, ma i due giorni prima e dopo l’occupazione mi hanno dato tutto quel che occorreva sapere, quello che ho visto basta a definire lo stile di un popolo, l’assurdità teatrale di un momento storico.

Ero a Praga di passaggio, puntavo in macchina verso Varsavia per un congresso, un viaggio culturale, io, mia moglie e due amici. Sosta a Marienbad e a Karlovy Vary, per ritrovare il sapore dei fasti asburgici conditi con la salsa del turismo popolare, e poi Praga, a incontrare gli amici dell’Associazione Scrittori. Ma a Praga non c’erano hotel, perché c’erano quattromila geologi di tutto il mondo a congresso. Così siamo andati ad abitare a Liben, un sobborgo operaio a nord est, sulla strada per la Polonia.

Di lì, la mattina del mercoledì 21 ci siamo svegliati e abbiamo visto la sfilata dei carri armati, mentre in cucina funzionavano due radio, una ufficiale e una clandestina, e la televisione. Un gruppo di redattori s’era asserragliato negli studi e i russi, ho saputo dopo, non trovavano la chiave del posto giusto. Così sin verso mezzogiorno la televisione ha funzionato, e si avvicendavano sullo schermo i redattori in maniche di camicia, che leggevano proclami in russo, in tedesco, in inglese.

                                          

I lettori hanno già visto ormai il testo di questi appelli, ma quello che stupiva era il tono: tranquillo, colloquiale, con dialoghi tra operai seduti davanti alle telecamere a commentare i fatti, come se fosse Vivere insieme. E ritrovano quella dignità e quella serenità che mi aveva stupito la sera prima, l’ultimo giorno di pace, quando in un piazzale del centro centinaia di persone tenevano quello che chiamano il loro Hyde Park permanente, discutendo con serietà e calma, e con molto humour. Lo humour è un dato importante, e me lo ripeteva il giorno prima il segretario dell’Associazione Scrittori: siamo un grande popolo, mi diceva con orgoglio, stiamo facendo una cosa importante con molto humour, nessuno ha mai drammatizzato, e la sua collaboratrice sorrideva sui titoli che aveva letto nei giornali italiani il mese prima (“Paura a Praga”) e mi ripeteva che erano stati mesi di passione, ma tutta interiore, di nervi e di speranze, nessuno si era agitato troppo.

La figura che mi veniva in mente era quella del buon soldato Svejk di Hasek, quello che riesce a mettere nel sacco i generali militaristi facendo lo stupido e facendoli passare per stupidi. E che Svejk fosse il simbolo dei cechi me ne sono accorto il giorno dopo. Ma sin dal giorno prima era chiara una cosa, che questa volta si trattava di uno Svejk socialista, orgoglioso di come aveva realizzato il socialismo nel suo paese.

Anche le malignità antirusse o anti-Ulbricht erano di questo tipo: noi abbiamo realizzato la collettivizzazione in modo perfetto, i tedeschi dell’Est hanno ancora il cinquanta per cento di proprietà privata. La famigerata reazione di destra non l’ho vista e non c’era nella piazza dove il governo, formalmente, e per motivi di circolazione stradale, aveva proibito i comizi, consigliando di farli fuori città. Ma i cittadini avevano continuato a farli e nei dintorni non c’era neppure un poliziotto. Grande tensione, e grande serenità, dunque, e una vitalità impressionante, un’atmosfera di festa. Poi, l’occupazione.

Appena vista la televisione telefono in città e amici cechi mi consigliano di partire subito, per prudenza. Ho il serbatoio a metà, la benzina non basta fino alla frontiera, e poi l’ambasciata mi dice che le frontiere sono chiuse. Prendo la macchina e mi spingo per la grande via dell’Armata Rossa, svicolando tra i carri armati. Al primo distributore mi accorgo che di benzina non se ne parla più. Ai negozi di alimentari grandi code. Torno indietro, lascio la macchina davanti a casa e coi miei amici intraprendo il mio viaggio a piedi verso il centro: dieci chilometri circa.
 
La strada è quella dei carri armati, dei cingolati e dei mezzi blindati: il primo carro è fermo all’angolo, attorniato da una folla che si punta l’indice alla fronte e chiede al russo sulla torretta se è matto. Il russo sorride e mostra le spalline, come per dire che lui non è lì per colpa sua. Tre carri armati più in là, la situazione è più intensa: la folla discute coi soldati, e intanto i ragazzini incominciano a lordare il carro di scritte: la sigla “SSSR” è lavorata in modo da far risaltare la “SS”. “Russian go home” è scritto in tutte le lingue, le stelle rosse sono appaiate alle svastiche.

La gente parla in russo coi soldati, gli chiede perché sono lì. I soldati rispondono che a Praga c’è il colpo di Stato fascista, la gente ride, qualcuno sale su e li prende per il bavero e gli mostra la città, altri tirano fuori la tessera del partito. I russi sorridono imbambolati, qualcuno discute, altri si chiudono in un mutismo teso e guardano fissi davanti a sé. Poi si sbagliano, rispondono alla domanda, intavolano la discussione. Il controcorso è cominciato, i ragazzi salgono sul carro, traducono in russo manifestini lanciati da macchine di passaggio, spiegano cos’è il socialismo.

La scena si ripete per tutta la grande strada della Rude Armady e per l’interminabile Sokolovska, strombettando incominciano a passare autocarri carichi di capelloni (e dico capelloni in senso tecnico, ragazzi coi capelli alla moschettiera), brulicanti di bandiere cecoslovacche, che inneggiano a Dubc?ek e invitano i russi a partire. Qualcuno saluta col pugno chiuso. La faccenda comincia a diventare grottesca perché la sfilata dei carri armati mi ricorda l’8 settembre: ma allora la folla si ritirava nei portoni e i soldati italiani di passaggio venivano presi, disarmati e caricati nei camion: qui invece sembra la festa del 4 novembre con la visita alle caserme, mentre i camion con le bandiere e i giovani seduti sul parafango mi ricordano il 25 aprile (ma allora i carri tedeschi erano già partiti, e se erano lì non lasciavano passare le macchine dei partigiani). Così incomincio a rendermi conto che questa è una cosa diversa, non ha precedenti storici, ed è la cosa più inverosimile che abbia mai visto, perché la gente ha volti tristi, scuote la testa e ti dice in tedesco che è una lurida porcheria, e la tensione è spasmodica, ma la città brulica di folla come a una festa patronale, e ogni carro armato è un comizio.



Continuiamo la marcia verso il centro. Verso l’una si sente una serie di scoppi, poi delle raffiche di mitragliatrice. Sapremo dopo che un carro armato passando per una strada stretta ha dato di struscio su una fila di macchine: un carro armato che struscia non lascia una lamiera intatta, le macchine scoppiano, il carro s’incendia, gli altri si spaventano, sparano in giro. Anche più tardi, a intervalli di mezz’ora, sentiremo delle raffiche isolate, e un gruppo di studenti passa portando una bandiera insanguinata.
Questo è l’unico fatto di sangue a cui ho assistito. Il resto l’ho letto sui giornali, in Austria, ma i giornali hanno drammatizzato, hanno parlato di rivolta nelle strade, perché era l’interpretazione più ovvia. Mentre quello che sta succedendo qui non è affatto ovvio, è fuori dalle regole. Ci chiediamo perché la gente non abbia paura dei carri armati, li insulti, li copra di scritte, vada a bucare le gomme dei mezzi blindati, con questi russi che continuano a sorridere imbarazzati e si lasciano incollare i manifestini sui parabrezza, così che certi carri sembrano i muri della Sorbona.

E ci accorgiamo presto che noi, con tutti i nostri sentimenti “di sinistra”, sentiamo ancora i russi come qualcosa di estraneo, che quando arrivano abbeverano i cavalli nelle acquasantiere e mangiano i bambini.

                        

Qui invece è come se a Roma, dopo una serie di agitazioni, arrivassero i carri armati americani: l’indignazione, l’odio, la rivolta, non impedirebbero che gli americani fossero sentiti come gente di casa, quelli di cui mangiamo le gomme da masticare e di cui si ballano i dischi: e dunque si può andare sotto il naso di un americano e prenderlo in giro, perché è uno che sino a ieri girava intorno al Colosseo e si faceva rubare la macchina fotografica.
E così succede qui coi russi, sono degli amici, dal governo antipatico, ma buoni se presi uno per uno, che all’improvviso ti giocano uno scherzo. E la domanda che tutti gli fanno è una sola. «Perché?» e lo scrivono sui muri in quattro lingue: «Perché siete venuti qui, chi ve lo ha fatto fare, tornate a casa, ma non eravamo amici?». E i russi non sanno cosa rispondere, perché a molti di loro non avevano detto che stavano andando a Praga, e poi gli hanno detto che c’era l’invasione da parte della Repubblica Federale Tedesca, e ora non sanno più cosa credere. E restano sotto questa tempesta di contestazioni per ventiquattro ore, senza scendere dal carro, e devono avere ricevuto ordini severissimi di non accettare provocazioni, oppure han deciso per conto loro che non possono e non devono reagire: ho visto un carro che sembrava coperto di caccole di uccelli, tante erano le scritte, i manifestini, gli sbaffi, e non credevo che un carro armato potesse sopportare tanto.

Sono le due e mangiamo al ristorante dell’Hotel Paris, tutto una fioritura liberty dal di fuori, tutto un pullulare di geologi smarriti al di dentro, e dalle grandi vetrate si vedono i carri che si infilano in una stradina per raggiungere il centro. Raggiungiamo il centro anche noi, la piazza del municipio, dove intorno al monumento di Huss c’è una cerchia di mitragliatrici puntate su ogni edificio della piazza, e intorno a ogni mitragliatrice un gruppo di gente e per la piazza passano camionette di ragazzi con bandiere.
 
Alle tre siamo nella città alta, oltre Moldava, verso il castello e ci incontriamo in un caffè con un amico scrittore che chiameremo Jan K. Le tre ore con K. sono di una tristezza infinita. K. cerca di parlare ma poi gli viene da piangere e non vuol farlo vedere e allora finge di impappinarsi con l’italiano. È la fine del socialismo, ci dice, perché i ragazzi ci credevano e avevano creduto alla parola data a Bratislava, e ora non ci crederanno più, mio figlio da stamattina è diventato scettico come me. Ma io avevo passato le vicende dei venti anni tanto tempo fa, avevo dovuto rinunciare alla laurea, non potevo andare all’estero, avevo cominciato a rivivere da qualche anno, e ora è finita di nuovo, non ne esco più.

La polemica non è col comunismo, è con l’alleato troppo forte che li sta colonizzando, che compera sottocosto il loro zucchero, le loro o scarpe, le loro navi (ve lo giuro, le costruiamo noi che non abbiamo il mare). E non gli lascia sfruttare le miniere di uranio, tutta la gente con cui ho parlato non faceva questioni di socialismo sì o socialismo no, dava per scontato il socialismo, e all’interno del socialismo rivendicava rapporti diversi, e denunciava una politica autoritaria, ed ora è finita, dice K., ma è grave per tutto il mondo socialista, perché la nostra tragedia metterà in crisi anche gli altri.



Rientriamo verso il centro: il controcorso continua.
E questo vuol dire che l’errore tragico compiuto a Praga ha anche un altro risvolto:
cinquecentocinquantamila soldati di cinque paesi sono stati praticamente inviati a Praga per subire un corso rapido di indottrinamento politico da un milione di soldati Svejk. Non so cosa porteranno a casa, ma è certo che questa armata ha avuto oggi la sua borsa di studio per un corso accelerato di democrazia.
 
Sulla via Nazionale vediamo che la sede dell’Associazione Scrittori è stata occupata. Scende la notte, e la radio consiglia (non ordina) il coprifuoco: le stazioni clandestine sono in piena azione, la città è tutto un brusio di transistor che la gente tiene all’orecchio camminando. A Liben il nostro affittacamere ci offre venti litri di benzina normale. Ha girato tutto il giorno per trovarla, la moglie ci dà del pane e degli spaghetti, metà delle loro provviste. Il mattino dopo si alzano alle cinque per andare a lavorare. Gli ultimi appelli della televisione hanno detto di lavorare lo stretto necessario per mantenere la vita del paese, e per il resto resistenza passiva.

Noi andiamo al Park Hotel, dove si è formata una colonna italiana, con una macchina dell’ambasciata che garantisce l’uscita da Praga. Mentre ci mettiamo in cammino, la radio clandestina avvisa i delegati del Partito Comunista di non recarsi a un certo appuntamento all’Hotel Praga, perché è una trappola. Lungo i paesini di transito la kermesse è al colmo. Le strade sono piene di giovani che scrivono sull’asfalto come su di un giornale murale: non c’è posto dove i russi possano passare che non contenga messaggi, alcuni amichevoli ed altri beffardi. Ma non so per quanto passeranno ancora perché i ragazzi stanno girando tutti i cartelli indicatori. Quelli troppo grossi vengono coperti di erbe, di vernice, di stoffa, ogni tanto ne viene messo uno nuovo che dice: «Mosca Km. 3000». Verso la frontiera le scritte s’infittiscono, ogni paesino ha la piazza principale in comizio permanente.
 
Non so dove sia Dubcek adesso, ma so che mai un capo ha avuto il proprio popolo con sé in modo così compatto, senza eccezioni. A Ceske Budejovice, nei giardini una grande forca reca appeso un pupazzo che è Novotny. I russi (o i polacchi o gli ungheresi) guardano e stanno lì, sembra che abbiano voglia anche loro di fare ciao a queste macchine che portano scritto Italia sul parabrezza, e che la gente ferma lungo il tragitto per consegnare telegrammi da mandare ai famigliari in vacanza all’estero, alla frontiera lunghe file di macchine ceche stanno rientrando e noi usciamo. Siamo in Austria. Cessato pericolo. In un certo senso siamo a casa.
 
Che devo fare? Suonare la marcia dei marines?

Ma i socialisti traditi che ho lasciato a Praga, questo non lo vorrebbero.
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La primavera.
Quell'anno a Praga la primavera arrivò con largo anticipo sul calendario. Era infatti ancora pieno inverno il 3 Gennaio 1968, giorno in cui il Plenum del partito comunista cecoslovacco, con un colpo di scena che stava covando da qualche mese, costrinse Antonin Novotny a cedere il suo mandato di segretario generale al giovane Alexander Dubcek, esponente moderato del partito comunista slovacco. [...]

L'estate.
Dubcek invece continuò a confidare, nonostante il calendario non lasciasse più speranze, in una primavera senza fine. A nulla valse anche un ultimo tentativo segreto, portato avanti dal segretario magiaro Kadar il giorno di ferragosto, per indurre Dubcek a recedere dal suo programma politico.
La calda notte tra il 20 e il 21 Agosto vide l'intervento militare di Unione Sovietica, Polonia, Germania Orientale, Ungheria e Bulgaria nel territorio cecoslovacco. Non ci furono scontri significativi, purtuttavia si ebbero 30 vittime e qualche centinaio di feriti.
Il governo di Praga, così come aveva fatto contro Hitler, non si oppose alla forza bruta degli invasori. Dubcek fu arrestato assieme ai suoi più stretti collaboratori. Altri preferirono collaborare con i nuovi padroni. [...]

L'inverno.
L'appuntamento con la libertà, assaporato per così pochi mesi, era rimandato. Sarebbero dovuti passare ventidue anni prima che Vaclav Havel, da libero e democratico presidente della Cecoslovacchia, nel Gennaio 1990 potesse finalmente affermare: "Tvà vlàda, lide, se k tobe navràtila!" (Popolo, il tuo governo  ti è stato restituito!)

E dopo la primavera di Praga, un "inverno" di ventidue anni, di Alessandro Frigerio.
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1969h.htm

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Quel giorno... a Praga.
Era iniziata una "primavera", venne un'estate di carri armati.
Poi finì così, il 25 Gennaio 1969. I funerali di Jan Palach.
Il giovane divenne il simbolo di una Cecoslovacchia silenziosa e angosciata.

Praga era tranquilla quel giorno. D'improvviso il rombo dei tanks russi..., di Paolo Tomaselli
Martedì 20 Agosto fu un tipico giorno estivo, caldo, con un sole velato [...]

http://cronologia.leonardo.it/storia/a1969g.htm


 

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"Oh Signora Threadgoode,
io mi sento troppo giovane

per essere vecchia
e troppo vecchia
per essere giovane!"
 
Fried green tomatoes
27 Dicembre 1991.


 

 "La donna nell'arte"

 

 

"Women in film"
 

 

Toutefois
l'amour vrai rare peut être,
il est moins ainsi que l'amitié vraie.

Per quanto
il vero amore possa esser raro,
lo è meno della vera amicizia. 

François Duc de La Rochefoucauld

 

 

 


 

 

 Non nascondere
il segreto del tuo cuore,
amico mio!
Dillo a me, solo a me,
in confidenza.
Tu che sorridi così gentilmente,
dimmelo piano,
il mio cuore lo ascolterà,
non le mie orecchie.
La notte è profonda,
la casa silenziosa,
i nidi degli uccelli
tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti,
tra sorrisi tremanti,
tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore.

  Rabrindranath Tagore

                                     


    


    Le aleggiava sulle labbra
e le splendeva negli occhi
un sorriso tenero e radioso,
che pareva scaturire
dal cuore medesimo
della femminilità.

 
"La lettera scarlatta"
Nathaniel Hawthorne

 

 

                                               
 
                                                        
             Pierre Auguste Renoir
                 Spring bouquet, 1866


 
 


           

 

"Non permetterò a nessuno
 di mettermi in gabbia".


"Non voglio metterti in gabbia,
 io voglio amarti".

 

" E' la stessa cosa".



              
 

 

 

 


Sognare 

Fabia, sono Catullo.
Ti ricordi quando volevo baciarti
e non l'ho fatto?
Quando volevo toccarti
e non ho potuto?
Quando volevo portarti via
e me l'hanno impedito?
Ora ti sogno tutte le notti
e nessuno può farci nulla.

Da: Poesie d'amore
Enrico Galavotti

                                              
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