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Ricordi, rimorsi, rimpianti... suggestioni, impressioni, riflessioni di una gatta psicopatica.


Articoli giornali


18 febbraio 2009

E' nevicato. Non so se vi siete accorti.

 


*** * *** * ***

E' nevicato.
Non so se vi siete accorti.
Non era qualcuno che scuoteva il pandoro dal balcone.
Peccato che siano partiti degli emboli che neanche fosse scesa dal cielo l'apocalisse.
Tutti a gridare: "Emergenza, emergenza..." Emergenza una mazza!
E' gennaio? Nevica. 
Dovremmo essere contenti. Vuol dire che la terra ha ancora qualcosa di normale.
E' nevicato.
Se l'8 gennaio ce ne stavamo tutti in piazza Castello in mutande con le ascelle sudate e le balle dentro al frigo, allora sì che era emergenza.
A Gaza c'è l'emergenza. Non qua.

Invece è scoppiato un macello. Tutti a mettere in croce il povero Chiampa e la povera Moratti.
Che, anima santa, aveva poco sale. Anche a me capita.
Tra l'altro aveva poco sale perché l'aveva prestato a Chiamparino.
Gliel'ha dato e poi a Milano sono rimasti senza.
Quando si è accorta che nevicava forte si è messa persino a dissalare le acciughe che aveva preso a Spotorno ma non è bastato.
Lety, guarda: sei stata ben gentile, a darci il sale. Siamo in debito.
Quando hai bisogno di due uova per fare la maionese suona pure a me quando ti pare.

Comunque è strano.
La neve nelle favole rende tutti più buoni, e invece eran tutti isterici, sembrava fossero scesi dal cielo trenta centimetri di cocaina.
Una lagna mai più finita.
«Eh, ma facciam fatica a camminare...».
Certo che se ti metti i tacchi per far la figa, facile che vai lunga e tirata.
Mettiti dei bei scarponcini come le pastorelle di Fatima vedi che stai in piedi.
La figa la fai poi quando i giardini di marzo si vestono di nuovi colori, deficiente.
«Eh ma ci sono i marciapiedi pieni. E il Comune che fa?».
E cosa fa? Fa passare gli spazzaneve.

Ma nelle strade.
Non è che li fa passare sui marciapiedi se no porta via anche i citofoni.

Uno gentilmente prende la pala, si leva la neve dal marciapiede di casa sua e non rompe i marroni al sindaco.
La pulizia del marciapiede spetta ai proprietari degli stabili.
Quindi spàlati la neve davanti al tuo portone e falla finita.
Se lo fanno tutti vedi poi com'è più facile camminare.

«Eh ma dovevano chiudere le scuole». Probabilmente sì.
Però se non ce la fai a portare tuo figlio a scuola tienilo a casa.
E' un ragionamento difficilissimo?
Non credo.
«Nevica. E con l'autobus c'ho messo mezz'ora di più». Ed è colpa della Moratti?

Cosa deve fare sta disgraziata? Correre a raccogliere i fiocchi con la lingua di fuori?
O magari con le chiappe, facendosi tirare per le caviglie, come si fa in spiaggia per fare la pista per le biglie ? Non è che è nevicato solo per te.
E' nevicato per tutti.

Avran tutti dei casini.
Pazienza.
Se arrivi in ritardo Brunetta stavolta chiuderà un occhio.

«Dovevano mettere più autobus... ».
Certo. Chiampa adesso compera 20 bus in più e li tiene in garage e li tira fuori solo quando nevica. Per te.
C'è scritto nel bilancio comunale: venti autobus in più per quella lì che si lamenta.
Ma tira fuori il tuo di Suv e sparisci.
Si chiama fuoristrada no? E allora per una volta usalo per quel che è, che sei sempre lì a intasare in doppia fila davanti alla scuola col tuo autoblindo.

Insomma: quando nevica, gli unici contenti sono i bambini e i cani.
I bambini che si tirano le palle di neve e i cani che fan la cacca sul pulito.
E poi, dopo qualche giorno, quando i bambini si tirano le palle di neve con dentro la cacca dei cani, la festa è belle che finita.


Luciana Littizzetto

(dalla trasmissione "Che tempo che fa" - Rai 3)

*** * *** * ***


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22 dicembre 2008

Papa Ratzinger: "Non sono una rockstar"

Benedetto XVI sulla Giornata Mondiale della Gioventù: "Non è un concerto"
E sulle tendenze "gender": "L'uomo può essere solo maschio o femmina"

Il Papa: "Non sono una rockstar"

                                     

                              E attacca i cambiamenti di sesso:

                            "La Chiesa deve difendere l'ambiente,
                         ma occorre anche un'ecologia dell'uomo"


Il Papa all'incontro con la Curia per gli auguri di Natale nella sala Clementina del Vaticano.

ROMA - Basta con gli "eventi cattolici come concerti", in cui il Papa è "come una rockstar". Attenzione al pensiero "gender", pericoloso e autodistruttivo. Benedetto XVI parla davanti alla Curia nel tradizionale incontro per gli auguri di Natale. E ne ha per tutti: Dal pensiero "gender" a chi spettacolarizza le cerimonie religiose.

Il Papa non è una rockstar. Le Giornate Mondiali della Gioventù, ideate e fortemente incoraggiate da Giovanni Paolo II, rischiano per Ratzinger di essere eventi troppo poco spirituali. "Analisi in voga tendono a considerare queste giornate - ha spiegato il Pontefice - come una variante della moderna cultura giovanile, come una specie di festival rock modificato in senso ecclesiale con il Papa quale star". "Con o senza la fede - ha aggiunto - questi festival sarebbero in fondo sempre la stessa cosa, e così si pensa di poter rimuovere la questione su Dio". Sbagliate anche le posizioni di molte "voci cattoliche" che valutano tutto ciò "come un grande spettacolo, anche bello, ma di poco significato per la questione sulla fede".

Le tendenze 'gender'? Autodistruttive. Il pontefice non ha risparmiato critiche neanche sui cambiamenti di sesso. "Non è l'uomo che decide, è Dio che decide chi è uomo e chi è donna". "Ciò che spesso viene espresso ed inteso con il termine 'gender' - dice Benedetto XVI - si risolve in definitiva nell'autoemancipazione dell'uomo dal creato e dal creatore. L'uomo vuole farsi da solo e disporre sempre ed esclusivamente da solo ciò che lo riguarda. Ma in questo modo - sottolinea il Papa - vive contro la verità, vive contro lo spirito creatore".

L'ecologia della terra e dell'uomo. ''Le foreste tropicali meritano sì la nostra protezione, ma non la merita meno l'uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione'', ha detto il Papa ai cardinali e ai vescovi della Curia. In questo ambito, particolarmente importante è la responsabilità della Chiesa che ''deve difendere non solo la terra, l'acqua e l'aria come doni della creazione appartenenti a tutti'' ma deve anche ''proteggere l'uomo contro la distruzione di se stesso. E' necessario che ci sia qualcosa come un'ecologia dell'uomo, intesa nel senso giusto''.

Matematica avvicina a Dio, ma fede è il fondamento. Benedetto XVI, che già ieri aveva sottolineato l'importanza della scienza e del pensiero di Galileo, è tornato oggi sulla questione del rapporto del pensiero scientifico con la fede. "Il dato che la materia porta in sè una struttura matematica è piena di spirito, è il fondamento sul quale poggiano le moderne scienze della natura". Il nostro spirito è in grado di interpretarla e di rimodellarla e ciò comporta per noi insieme un compito e una responsabilità, ha spiegato, per questo "nella fede circa la creazione sta il fondamento ultimo della nostra responsabilità verso la terra".

"la Repubblica", 22 dicembre 2008.




Video tratto dal discorso alla Curia Romana
riunita per gli auguri natalizi.



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22 novembre 2008

Se ne è andato "il compagno scomodo".

LUTTO NEL GIORNALISMO

È morto Sandro Curzi, voce della sinistra.

Aveva 78 anni. Militante del Pci, è stato lo storico direttore del Tg3.
Attualmente era nel Cda della Rai.

ROMA - È morto a Roma dopo una lunga malattia Sandro Curzi. Nato a Roma il 4 marzo 1930, aveva 78 anni. Alle 17 sarà allestita la camera ardente in Campidoglio. E sempre in Campidoglio si svolgeranno lunedì alle 11.30 i funerali laici.

IL PADRE DEL TG3 - Resistente partigiano a 13 anni, comunista iscritto già a 14, chiamato a 19 anni da Enrico Berlinguer a ricostruire la Federazione giovanile comunista italiana (Fgci), Curzi ha vissuto tutta la sua vita fedele, pur senza rigidità, alle idee di gioventù passando con Fausto Bertinotti a Rifondazione Comunista alla fine degli anni '90. Il suo impegno politico si è svolto all'interno dei mass media, dal primo articolo, quando era ancora adolescente, sull'Unità «clandestina» per raccontare l'assassinio di uno studente da parte di fascisti repubblichini, al ruolo di capo redattore nel mensile della Fgci Gioventù nuova, diretto da Enrico Berlinguer, fino alla vice direzione di Paese Sera, alla direzione del Tg3 e a quella di Liberazione. Curzi ottenne nel 1944, nonostante la minore età, la tessera del Pci. Tra il '47 e il '48 lavora al settimanale Pattuglia insieme a Giulio Pontecorvo e, nel '49, a la Repubblica d'Italia fino a diventare capo redattore di Gioventù nuova diretta da Enrico Berlinguer.

Curzi con Michele Santoro
ai tempi di «Samarcanda»
(Ansa)

Inviato nel '51 nel Polesine per raccontare le conseguenze dell'alluvione, vi rimane come segretario della Fgci. Nel '56 fonda Nuova generazione e nel '59 passa all'Unità, organo del Pci per il quale l'anno successivo viene inviato in Algeria per seguire la fasi dell'indipendenza. Lì intervista il capo del Fronte di Liberazione Ben Bellah. Dopo essere stato direttore dell'Unità, nel 1964 diventa responsabile stampa e propaganda della direzione del Pci. Negli anni '60 collabora fra l'altro alla crescita della radio Oggi in Italia che trasmetteva da Praga ed era seguita in molte parti d'Europa da emigranti italiani. La stagione più calda, quella del '68 e poi dell'autunno del '69, della strage di Piazza Fontana e dei fatti che seguirono nei primi anni '70, Curzi la seguì da vice direttore di Paese Sera.

NEGLI ANNI SETTANTA L'IMPEGNO CON LA TV - Dalla metà degli anni '70 arriva l'impegno con la televisione: entra infatti in Rai nel 1975 con un bando di concorso indetto per l'assunzione di giornalisti di «chiara fama» disposti a lavorare come redattori ordinari e comincia dal Gr1 diretto da Sergio Zavoli. Nel '76, con Biagio Agnes e Alberto La Volpe, dà vita alla terza rete televisiva della Rai mentre nel 1978 è condirettore del Tg3 diretto da Biagio Agnes. In questa veste "scopre" Michele Santoro e collabora alla realizzazione del programma Samarcanda.

TG3, IMPRONTA INCONFONDIBILE - Diventa direttore del Tg3 nel 1987 dando al telegiornale una impronta inconfondibile, veloce e aggressiva che dà voce alle istanze della sinistra italiana interpretando gli umori di una crescente insofferenza verso la cosiddetta prima Repubblica. Soprannominato per questo, dagli avversari politici, «Telekabul» (dalla capitale dell'Afghanistan occupata dall'Urss negli anni '70), il Tg3 cresce in spettatori (da poco più di 300 mila ai 3 milioni del '91) e autorevolezza.

COMUNISTA E ANTIFASCISTA CONVINTO - Nel '92 pubblica con Corradino Mineo il libro «Giù le mani dalla Tv» (Sperling e Kupfer) e nel '93, in contrasto con il nuovo consiglio d'amministrazione della cosiddetta Rai dei professori (direttore generale Gianni Locatelli e presidente Claudio Demattè), si dimette. Passa prima a dirigere il Tg dell'allora Tele Montecarlo e poi, dal 1998 al 2005, dirige Liberazione.

Dal 2005, eletto con i voti di Rifondazione, dei Verdi e della sinistra del Pds, era consigliere d'amministrazione della Rai di cui per tre mesi è stato anche presidente in qualità di consigliere anziano, prima di lasciare il posto a Claudio Petruccioli. Comunista e antifascista convinto, politico abile, Curzi si è spesso distinto per posizioni non banali e non sempre in linea con i diktat di partito: basti pensare alle aperture, allora non scontate, del suo Tg3 alle posizioni di Papa Giovanni Paolo II o, più di recente in Rai, all'astensione sulla proposta di licenziamento del direttore di Rai fiction, Agostino Saccà. Tra le sue esperienze va ricordata nel '94 la pubblicazione del libro «Il compagno scomodo» (Mondadori) e nel '95 una curiosa partecipazione al Festival di Sanremo dove canta nel gruppo «La riserva indiana» col nome, palesemente autoironico per chi era stato soprannominato Kojak, di grande capo Vento nei Capelli, eseguendo la canzone «Troppo sole». Era sposato dal 1954 con Bruna Bellonzi, anch'essa giornalista. Era padre di Candida Curzi, giornalista dell'Ansa.

"Il Corriere della Sera.it"

                               
                                    Ecco, se ne è andato anche lui: un'altra fiammella di libertà di pensiero e di parola che si spegne. Montanelli, Biagi… Ci sono giornalisti che ne abbiano degnamente ereditato la professionalità, anche se schierata?

Chiedo ai miei nipoti cosa ne pensano e mi rispondono: "Chi era?" Mi dispiace, spiego come sono capace e il maggiore, di diciannove anni, mi prende in giro bonario: "La zia comunista...", sapendo che non sono mai stata una fanatica e come se parlasse di una specie estinta. Non ha tutti i torti: in via di estinzione, giusto o sbagliato che sia, il comunismo lo è.

Quella di quindici osserva: "Lo dico sempre io che in fondo siete vissuti in un periodo migliore del nostro."  Lo era davvero? O glielo dipingiamo noi con gli occhi del ricordo dei tempi perduti?

Stasera ho assistito all'intervista che Fabio Fazio ha fatto alla quasi centenaria Rita Levi Montalcini: che mente limpida! Eccezionale.
Le ha domandato se si rivolge più spesso al passato o al futuro e lei ha risposto sicura: "Al futuro! Non mi interessa il passato, non m'importa quando morirò, io sono ancora interessata a lasciare qualcosa che possa servire."

E' vero, il passato non va dimenticato, è la nostra esperienza, quella che - idealmente - dovrebbe impedire all'umanità di ripetere gli stessi errori, ma la carta vincente sta nel vivere il presente e proiettarsi nel futuro.

Eppure, che TG era "Telekabul"!

                                                 
    
Non si è fatto mancare niente. Precoce. Mai dietro le quinte. A tredici anni, siamo nel 1943, è un ginnasiale del "Tasso", ma fa anche il piccolo partigiano, dando il suo contributo di ragazzo al gruppo della Resistenza romana con la quale è venuto in contatto, insieme a studenti solo un poco più grandi di lui, Alfredo Reichlin, Citto Maselli, Aggeo e Arminio Savioli.
 
A
quattordici scrive il suo primo articolo («non era un articolo, era milizia politica distillata sotto forma di parole scritte. Dovevo stendere un omaggio, un ricordo per Massimo Gizio, un caduto nella guerra per la libertà»). A quattordici, ancora a quattordici, marzo 1944, si mette in tasca la sua prima tessera del Pci, sarebbe troppo giovane ma gliela danno lo stesso, quel quasi bambino che non manca mai nelle agitazioni studentesche della capitale, in zona Ponte Mlvio-Flaminio.

Alessandro Curzi, Sandro, chi lo ferma più, la sua biografia è una rincorsa a tappe, al seguito di quella tessera là, Pci anno 1944. E praticamente vissuta tutta "dentro" il cerchio magico dell'informazione.

Alessandro Curzi, Sandro, giornalista. Nel biennio 1947-48 lavora - «mi presentai come volontario» - al settimanale militante, ultramilitante, il socialcomunista
"Pattuglia" diretto a quattro mani da Dario Valori e da Gillo Pontecorvo; nel '49 è redattore di "La Repubblica d'Italia", quotidiano della sera, area comunista, uno dei famosi giornali "fiancheggiatori", diretto da Michele Rago; nello stesso anno è tra i fondatori della Fgci, la mitica Federazione giovanile comunista italiana che ebbe Enrico Berlinguer come primo segretario generale.
E' questa, la sua unica, breve parentesi fuori dai giornali.
«Era quasi un addio al giornalismo, arrivai alla sezione Stampa e Propaganda e dire che non giocò in questa mia decisione il fascino esercitato da Berlinguer, severo e pieno di umanità, sarebbe dire il falso».

Ma la carta stampata lo riafferra subito. Eccolo redattore capo di "Gioventù Nuova", mensile della Fgci diretto dallo stesso Berlinguer; eccolo curare l'antologia dal titolo pedagogico "Il futuro non viene da solo" (llustrata da Anna Salvatore, 150 mila copie vendute); eccolo inviato come reporter nel Polesine a raccontare la tragica alluvione del '52, «ne scrissi, mentre lavoravo con le brigate volontarie».

Non è che l'inizio. Nel '56 è nel gruppo (Saverio Tutino, Luciana Castellina, Guido Vicario) che dà vita al settimanale della Fgci "Nuova Generazione", di cui l'anno dopo diventa direttore.
 
Nel suo
libro autobiografico "Il compagno scomodo" (Mondadori) - racconta: «Ai tempi dell'invasione sovietica dell'Ungheria, avevamo titolato "Il nostro cuore è diviso". All'epoca era poco meno che uno scisma. Alcune federazioni emiliane non vollero distribuire il giornale, in cui c'era anche un intervento poco ortodosso di un ragazzo, Achille Occhetto, responsabile degli studenti medi di Milano».
E Amendola arrivò a chiedere la chiusura del settimanale.

Maria R. Calderoni
22/11/2008

   


16 ottobre 2008

FATECI USCIRE!

 



Fateci uscire


Una nuova emergenza bussa alle nostre porte. Ha qualcosa di simile alle tante dei nostri 37 anni di vita, perché sempre di bilanci in rosso si tratta. Ma è molto diversa da tutte le altre che l’hanno preceduta, perché stavolta non si tratta di raccogliere qualche soldo per sopravvivere ma di trovare le risorse per una battaglia di libertà che non riguarda solo noi.

Quello che ci assumiamo e a cui vi chiediamo di partecipare è un compito tutto politico. I tagli ai finanziamenti per l’editoria cooperativa e politica non sono misurabili «solo» in euro, in bilanci che precipitano nel rosso, in giornalisti e poligrafici che rischiano la disoccupazione. Sono lo specchio fedele di una «cultura» politica che, dall’alto di un oligopolio informativo, trasforma i diritti in concessioni, i cittadini in sudditi. Non sarà più lo stato (con le sue leggi) a sostenere giornali, radio, tv che non hanno un padrone né scopi di lucro. Sarà il governo (con i suoi regolamenti) a elargire qualcosa, se qualcosa ci sarà al fondo del bilancio annuale. Il meccanismo «tecnico» di questa controrivoluzione lo abbiamo spiegato tante volte in queste settimane (e continueremo a ricordarlo), ma il senso politico-culturale dell’operazione è una sorta di pulizia etnica dell’informazione, il considerare la comunicazione giornalistica una merce come tante altre. Ed è la filosofia che ha colpito in questi ultimi anni tanti altri beni comuni, dal lavoro all’acqua.

Noi ci batteremo con tutte le nostre forze e pubblicamente contro questa stretta: porteremo questo obiettivo in tutte le manifestazioni dell’autunno appena iniziato, stringeremo la cinghia come abbiamo imparato a fare in 37 anni di vita difficile ma libera, incalzeremo la politica e le istituzioni perché ne va della democrazia, spenderemo l’unico nostro patrimonio, cioè il nostro lavoro, per fornire il supporto giornalistico a questa battaglia di civiltà. E ci apriremo all’esterno ancor di più di quanto abbiamo fatto fino a oggi per raccogliere forze e saperi nuovi e capire come essere più utili a chi si oppone ai poteri che ci vogliono morti.

Faremo tutto questo, come sempre e più di sempre. Ma oggi siamo di nuovo qui a chiedere aiuto ai nostri lettori e a tutti coloro che considerano un bene essenziale il pluralismo e la libertà d’informazione. A chiedervi di sostituire ciò che questo governo ci nega con uno sforzo collettivo. In un panorama politico e culturale disastrato, di fronte alla lunga sconfitta che in un ventennio ha smantellato la stessa idea di «sinistra», non ci rassegneremo alla scomparsa. Perché, a differenza del protagonista di «Buio a mezzogiorno» di Arthur Koestler, non crediamo che «morire in silenzio» sia una lodevole testimonianza finale. Se questo governo e i poteri che rappresenta vogliono chiuderci, noi vogliamo riaprire. Con tutti voi, perché altrimenti è impossibile.


 


Ecco come potete partecipare alla nostra campagna di sottoscrizione
:

- On line, versamenti con carta di credito sul sito  ed è il metodo più veloce ed efficace.

- telefonicamente, sempre con carta di credito, al numero 06-68719888, o via fax al numero 06-68719689. Dal lunedì al sabato, dalle ore 10,30 alle 18,30. Dove potete telefonare anche per segnalare, suggerire e organizzare iniziative di sostegno.

- Con bonifico bancario presso la Banca popolare etica – Agenzia di Roma – intestato a il manifesto – IBAN IT40K0501803200000000535353.

- Con Conto corrente postale numero 708016, intestato a il manifesto Coop. Ed. Arl. - via Bargoni 8 – 00153 Roma.


 
Senza di noi -
Gabriele Polo

Sembra che molti non ci credano. L'abitudine agli allarmi di un giornale in perenne difficoltà economica induce i più a pensare: «alla fine si salveranno comunque». L'impoverimento politico (con una sinistra ridotta ai minimi termini) e quello materiale (con tanti che fanno fatica ad arrivare a fine mese) fanno il resto.
E così il nostro ultimo grido d'allarme - «fateci uscire» - non è stato compreso appieno. Pochi credono davvero che il manifesto potrebbe scomparire dalle edicole da un giorno all'altro. Invece è così.

E anche se arrivasse una piccola dilazione nel tempo dei perfidi provvedimenti del governo che ci scavano la fossa, i nostri problemi non sarebbero affatto risolti: se non viene ristabilito il diritto per legge ai finanziamenti pubblici per l'editoria cooperativa, questo giornale chiude. A meno che un'altra mano pubblica - dei tanti che ci considerano un bene comune - non si sostituisca a quella che Tremonti ha mozzato.

Sottoscrivendo e mobilitandosi per far fronte al vulnus governativo. Non c'è altro modo. Ed è un problema politico, che chiama in causa qualcosa di più della già importantissima libertà d'espressione. Riguarda la natura di questo giornale.

Nato 37 anni fa per dire che un'altra sinistra era possibile, diversa da quella che si avviava lentamente ma inesorabilmente all'implosione delle proprie colpe. Un'operazione eretica, sulla stregua di altre che avevano rianimato la storia della sinistra europea e mondiale; magari «perdendo», ma fornendo linfa vitale al movimento operaio del '900. Il manifesto è stato ed è un'operazione «pubblica», una sfida «collettiva», non un esercizio autoreferenziale per pochi.
 
Era - quella di 37 anni fa - una stagione molto diversa dall'attuale.
Ma visto che viviamo nell'oggi la domanda va posta: se il comunismo è diventato pubblicamente «impronunciabile» - e ricondotto alla sfera privata di un'elaborazione individuale - che senso ha un giornale nato per dire che il comunismo poteva essere tutt'altro da quei regimi e partiti che lo stavano rendendo impronunciabile? Non è questo ragionamento a spingere molti all'abbandono di una ricerca comune?

Non è forse curioso che chi (pagando anche personalmente) ha coltivato la critica del socialismo reale guardando a sinistra e si è confrontato in piena libertà (cambiando anche se stesso) con altre culture alternative al capitalismo, debba oggi giustificare la propria esistenza? Non è bizzarro che sia soffocato da un mercato di cui ha sempre denunciato l'ipocrisia liberista e che oggi ricorre al vituperato aiuto pubblico?
 
Sono queste le domande a monte del nostro «fateci uscire», gli interrogativi cui ognuno è chiamato a dare risposta. Per proseguire un percorso. La nostra «fastidiosa» informazione che lavora per un'opinione comune. E non affidare a un qualunque creditore il compito di farci fallire
.
Per un pugno di euro, lasciandovi un po' più soli. Senza di noi.
 



Guarda lo spot


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29 settembre 2008

Addio foglie morte d’autunno.





da La Repubblica del 26 settembre 2008, pag.1

di
Jenner Meletti


Meglio del cinema, l’autunno dai mille colori. Le foglie degli aceri e dei ciliegi selvatici prendono un colore rosso fiamma, i tigli diventano gialli, la quercia diventa bruna... Ma il clima sta cambiando anche la tavolozza dell’autunno. I colori sono meno vivi, il rosso diventa più scuro, il giallo sembra quasi arancione. L’allarme arriva dal Vermont, nel nord degli Stati Uniti. Qui l’autunno del bosco non è solo un piacere degli occhi ma un vero affare: il 40% dei turisti arrivano proprio nei giorni in cui gli aceri sembrano fiamme accese.

E allora si preparano le contromisure. Il Dipartimento dell’agricoltura stanzia 45.000 dollari per capire come mai il rosso degli aceri, - appena più a nord, in Canada, questo albero è disegnato anche nella bandiera nazionale - sia più sfumato, meno vivo, quasi fosse malato. Le prime ricerche raccontano che la colpa è della temperatura sempre più alta che fiacca la pianta e modifica quei pigmenti che nessuna tv al plasma riuscirà mai ad imitare.

«Vivo nei boschi e nelle foreste tutti i giorni - dice Giustino Mezzalira, dottore forestale e direttore di ricerca e sperimentazione di Veneto Agricoltura - e negli ultimi tempi non ritrovo più quei colori così belli che vedevo da bambino». La foresta del Cansiglio è uno dei Vermont italiani. «Anche noi abbiamo gli aceri, e pure i liquidambar ed i liriodendri che sono stati importati dall’America proprio perché stampano pennellate di colore nei nostri boschi di frassini, pini, querce, abeti... Il bosco esplode di ogni colore quando la clorofilla si degrada e lascia spazio agli altri pigmenti. Anche noi dobbiamo capire perché i colori siano oggi meno vividi. Il bosco è un organismo vivo e cerca di adeguarsi al clima e solo studiandolo davvero possiamo capirei mutamenti in atto. Credo che, come negli Stati Uniti, la tavolozza si sia appannata perché l’escursione termica fra giorno e notte è sempre più debole. I mutamenti provocano anche piccoli drammi. Le cinciallegre continuano a depositare le uova nella prima settimana di aprile, perché i loro piccoli possano poi trovare tanti bruchi. Ma quando i piccoli cercano cibo, i bruchi già sono scomparsi».

«Le foglie - dice Luca Mercalli, presidente della società meteorologica italiana - ci raccontano come il clima stia cambiando». In Val d’Aosta il climatologo segue un progetto dell’Arpa regionale. «Abbiamo messo sensori di temperatura dentro ai boschi e in date precise, da aprile alla fine di novembre, rileviamo le temperature. Ci sono poi singoli rami campione dei quali osserviamo e contiamo le foglie, anche qui con scadenze precise. I primi dati ci dicono ciò che era già intuibile guardando il termometro: l’aumento della temperatura provoca l’allungamento della stagione vegetativa. Le foglie spuntano con 15 giorni e anche un mese di anticipo. Insomma, la primavera è sempre più precoce, mentre la caduta delle foglie autunnali resta quasi ferma. Questo perché questa stagione, al confronto delle altre, è la meno colpita dal rialzo delle temperature».

Foglie da ammirare come se fossero esposte al Louvre, foglie da studiare. «Noi teniamo sotto osservazione i larici, la pianta con foglie decidue più diffusa delle Alpi. Il bosco intero è comunque una miniera di notizie. Biologi e botanici hanno scoperto che le piante producono pollini in anticipo, rispetto al passato, e allora chi soffre di allergie deve mettersi in allarme anche in mesi nei quali prima poteva respirare. Ma, lo ripeto, a preoccupare noi studiosi del clima è questo termometro che continua a salire. La natura se n’è accorta, ovviamente, e reagisce. Gli uomini ancora no. Continuano, in gran parte, a fare finta di nulla».



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"Oh Signora Threadgoode,
io mi sento troppo giovane

per essere vecchia
e troppo vecchia
per essere giovane!"
 
Fried green tomatoes
27 Dicembre 1991.


 

 "La donna nell'arte"

 

 

"Women in film"
 

 

Toutefois
l'amour vrai rare peut être,
il est moins ainsi que l'amitié vraie.

Per quanto
il vero amore possa esser raro,
lo è meno della vera amicizia. 

François Duc de La Rochefoucauld

 

 

 


 

 

 Non nascondere
il segreto del tuo cuore,
amico mio!
Dillo a me, solo a me,
in confidenza.
Tu che sorridi così gentilmente,
dimmelo piano,
il mio cuore lo ascolterà,
non le mie orecchie.
La notte è profonda,
la casa silenziosa,
i nidi degli uccelli
tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti,
tra sorrisi tremanti,
tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore.

  Rabrindranath Tagore

                                     


    


    Le aleggiava sulle labbra
e le splendeva negli occhi
un sorriso tenero e radioso,
che pareva scaturire
dal cuore medesimo
della femminilità.

 
"La lettera scarlatta"
Nathaniel Hawthorne

 

 

                                               
 
                                                        
             Pierre Auguste Renoir
                 Spring bouquet, 1866


 
 


           

 

"Non permetterò a nessuno
 di mettermi in gabbia".


"Non voglio metterti in gabbia,
 io voglio amarti".

 

" E' la stessa cosa".



              
 

 

 

 


Sognare 

Fabia, sono Catullo.
Ti ricordi quando volevo baciarti
e non l'ho fatto?
Quando volevo toccarti
e non ho potuto?
Quando volevo portarti via
e me l'hanno impedito?
Ora ti sogno tutte le notti
e nessuno può farci nulla.

Da: Poesie d'amore
Enrico Galavotti

                                              
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   quando osservo un gatto
 che sta osservando qualcosa
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