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E-le-stelle-stanno-a-guardare
Ricordi, rimorsi, rimpianti... suggestioni, impressioni, riflessioni di una gatta psicopatica.


Diario


31 agosto 2007

31 Agosto - 3° Blog day.

Pubblico questo invito per chi non lo conoscesse e volesse partecipare.
Personalmente, mi scuso, ma non sono nelle condizioni di poter nominare 5 blogger che non facciano parte di un entourage piuttosto noto ai frequentatori del mio blog.
 
  http://www.blogday.org/it.htm


Cos
'è il BlogDay?

Il BlogDay è iniziato con la convinzione che i blogger dovrebbero avere un giorno da dedicare a conoscere altri blogger, di altri paesi o aree di interesse.
Quel giorno i blogger li raccomanderanno ai loro visitatori.
Durante il BlogDay ogni blogger posterà una raccomandazione di 5 nuovi blog.
Quel giorno tutti i lettori di blog si troveranno a navigare e scoprire nuovi, sconosciuti blog.


Cosa succederà durante il BlogDay?

In un lungo momento del 31 Agosto, i blogger di tutto il mondo posteranno una raccomandazione di 5 nuovi blog, preferibilmente blog differenti dalla loro cultura, dal loro punto di vista e dalle loro attitudini. Quel giorno, tutti i lettori di blog si troveranno a navigare e scoprire nuovi e sconosciuti blog, celebrando la scoperta di nuove persone e nuovi blogger.


Istruzioni per postare il BlogDay

  1. Trova 5 nuovi blog che consideri interessanti.
  2. Notifica ai 5 blogger che li raccomanderai durante il BlogDay 2007.
  3. Scrivi una breve descrizione dei blog e inserisci un collegamento ai blog raccomandati.
  4. Scrivi il BlogDay Post (il 31 Agosto) e
  5. Aggiungi il tag del BlogDay usando questo collegamento: http://technorati.com/tag/BlogDay2007 e un collegamento al sito del BlogDay http://www.blogday.org
  6. Festeggia!


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28 agosto 2007

Passione.

 




Nubi plumbee squarciate da un tramonto infuocato, riflesso sul fiume.
Fulmini lontani arabescano il cielo vespertino:
Che passione nella natura!
E poi la luna, nelle tenebre tornate serene
E migliaia e migliaia di stelle eteree e lucenti come i ricordi.




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25 agosto 2007

Una vigilia di Ferragosto non convenzionale.

 



E’capitato che, leggendo di sprovveduti incappati in una disavventura, io pensassi: “Ma come si fa a cacciarsi nei pasticci in quel modo?! Bisogna proprio cercarseli!”.
Mia nonna tuttavia soleva dire, in dialetto che qui tradurrò approssimativamente: “Meraviglia ci si fa, dentro ci si va”.
Basta un momento in cui si è immersi in altri pensieri, qualche confluenza di casualità ed il gioco è fatto.

La vigilia di ferragosto, alle diciannove, ero ancora in ufficio: stavo sistemando le pratiche sulla scrivania e spegnendo il computer, quando ho deciso di scendere per rilevare l’orario di uscita tramite l’apposita tessera a banda magnetica. Non desideravo che apparisse un’ora troppo tarda, ma prima di uscire volevo chiudere con calma e innaffiare le piante.
E qui sono iniziate le fortuite coincidenze.

Abitualmente non uso l’ascensore per discendere: sarebbe perfino un controsenso: ascensore, ascendere, salire… Che battutina spiritosa, da fare giusto seduti alla scrivania e non chiusi in un ascensore!
P
orto sempre con me il cellulare quando mi muovo, ma avevo fretta ed ero alquanto stanca, per cui mi sono infilata, senza pensare alle possibili conseguenze, dentro quella trappola in acciaio che ci porta su e giù in un tunnel di cemento. Solo a pensarci mi vengono i brividi e infatti non ci penso, la mattina, appesantita da borsetta, valigia 24 ore e contenitori vari: io mi sposto da casa come se dovessi fare un trasloco, è una vera fissazione, oltre che il modo di tamponare il mio crescente disordine mentale e materiale.

E’ un montacarichi spazioso e lento, che ti lascia il tempo di pensare o di mettere a riposo i neuroni, cosa – quest’ultima – che ho messo in atto quella sera. Quando finalmente sono arrivata al piano terra, le due porte (esterna e interna) si sono aperte per una decina di centimetri tra stridii e cigolii che davano un’idea dello sforzo cui erano sottoposte. Ho cercato di forzare l’apertura, di aiutare l’ingranaggio, ma con un ultimo grido si sono richiuse, lasciando un’apertura di circa cinque centimetri.

Per un momento sono rimasta immobile, senza altro vago pensiero se non che mi sarebbe venuto un attacco di panico.
Invece ho iniziato a mettere a fuoco la situazione: il ragazzo che si occupava della portineria era andato via prima del solito, il custode era in vacanza, qualche dipendente ci sarà anche stato in servizio, ma forse in un luogo troppo lontano del Complesso perché potesse sentirmi. Chiamare aiuto con il telefono impossibile perché l’avevo lasciato in ufficio a finire di caricarsi. Non una leva di sicurezza per aprire: solo una lista di numeri telefonici e un pulsante con un campanello di allarme.
A mio favore: l’ascensore si era fermato al piano terra e sotto c’erano solo i pochi metri che portavano allo scantinato; non si era fermato contro la parete e c’era un’apertura sufficiente perché entrasse aria; le luci rimanevano accese.

Ero stupita di come riuscivo ad esaminare il contesto con lucida calma, proprio io che spesso vado in tilt in situazioni del tutto normali, io che assumo psicofarmaci contro gli attacchi d’ansia profonda e apparentemente immotivata.

Ho cominciato a suonare ripetutamente il campanello, con la tenue speranza che fosse in qualche modo collegato al servizio di guardia notturna, ma i numeri di telefono dei metronotte in bella vista, mi facevano presupporre che l’allarme si propagasse nel solo complesso. Cercavo di sbloccare le porte, forzandole con le mani, ma riuscivo solo a provocarmi degli arrossamenti vistosi sulle nocche, data la ristrettezza della fessura.

A un certo punto mi è parso di sentire delle voci in lontananza e ho chiesto aiuto a gran voce: nulla. Quando mi sono stancata di premere il pulsante d’emergenza, prendendo atto che non si arrivava a nulla, ho considerato la possibilità di bloccare il raggio della fotocellula per far in modo di attivare il meccanismo automatico di apertura. Con un ginocchio ne interrompevo la linea e con le mani continuavo a tentare di aprire a forza di muscoli, non molto potenti, per la verità: il varco è rimasto delle stesse identiche dimensioni, non un millimetro in più.

I minuti passavano e quel vago stimolo, che avevo cercato di ignorare, si faceva via via più pressante, probabilmente alimentato dalla difficoltà contingente: insomma l’impianto idraulico del mio corpo esigeva di essere… diciamo drenato, complice la gran quantità d’acqua bevuta durante la giornata, cosa che raramente mi succede.
Non ho perso la testa nemmeno in quel frangente: avevo fortunosamente con me un pacchetto di fazzolettini di carta e con quelli mi sono arrangiata (non voglio qui scendere nei particolari), considerando – una volta di più nella vita – quanto siano dotati di un’attrezzatura più adatta allo scopo gli uomini!

A quel punto mi sono fermata a considerare il quadro complessivo: davanti un giorno di festa in un periodo di ferie; il metronotte sarebbe – forse – entrato a fare un giro di ispezione non prima delle due o le tre; mio marito avrebbe telefonato a lungo dalla montagna e infine – preoccupato – avrebbe chiamato i miei genitori.
Questi, nel frattempo, agitatissimi, mi avrebbero inutilmente telefonato in ufficio e sul cellulare e si sarebbero precipitati in città con mio fratello per vedere se la mia auto era ancora in parcheggio. I cancelli però sarebbero stati chiusi e non avrebbero saputo chi avvisare.
Già vedevo una squadra di carabinieri e vigili del fuoco fare irruzione nel plesso e trovare me e una “pozzetta” (aiuto, che imbarazzo!) chiuse in ascensore, i titoli sul giornale locale e il mio nome, abbastanza pubblico per essere conosciuto da parecchie persone, associato ad una di quelle avventure che io stessa definivo da sconsiderati, per usare il termine meno offensivo tra quelli che sarebbero volati.

Per mesi avrei subito i rimbrotti dei miei, che si sarebbero sentiti offesi da una figlia dai comportamenti sempre stravaganti e che già ha la fama di non essere mentalmente del tutto a posto: “il paese è piccolo e la gente mormora…”.
Mio marito si sarebbe arrabbiato moltissimo e probabilmente mi avrebbe fatto sentire ancor di più in colpa, anticipando il rientro dalla sua vacanza.
I colleghi mi avrebbero preso in giro… A vita!
Gli addetti alla sicurezza avrebbero fatto rapporto e ci sarebbe stata un’inchiesta dell’Ente datore di lavoro sul “perché e il per come” mi trovavo lì a quell’ora.

Sarebbe bastato un cellulare per telefonare al metronotte e invece se ne stava su, poggiato sulla scrivania, quando io ho l’abitudine di portarlo sempre con me.
Ebbene di tutto questo la mia unica vera preoccupazione era la paura che avrebbe assalito i miei genitori, ma continuavo a nutrire l’irrazionale fiducia che sarei uscita.

Come faccio sempre in circostanze negative, immaginavo quale potesse essere la peggiore delle ipotesi, mi figuravo gli eventi e la scena finale e mi preparavo psicologicamente, consolandomi con quello che non era successo: trovarmi, per esempio, sospesa più in alto e con il cemento tutto intorno. Almeno lì potevo sbirciare fuori e respirare!
Mi ha davvero sorpreso trovarmi così razionale. Ho esaminato quello che potevo utilizzare: in mano tenevo un fermaglio grande per la carta, casualmente rimasto tra le mie dita e la tessera di rilevazione magnetica delle presenze.

E’ stato un flash: fotocellula, elettromagnetismo… Non ricordo nulla sull’argomento dai tempi del liceo, se mai lo studiai, però provare a farli interferire… Per precauzione, in precedenza, avevo infilato a forza una scarpa nella fessura, in modo che non potesse chiudersi del tutto, quindi cosa avevo da perdere? Dopo aver tolto la tessera dalla custodia, l’ho passata alcune volte – velocemente – davanti alla luce rossa, con il presentimento che avrebbe funzionato.
Infatti, come il sesamo di Aladino alla famosa frase, anche le porte dell’ascensore si sono aperte con incredibile facilità, scorrendo lisce sui binari. Il fatto che non si richiudessero era un dettaglio che non mi toccava affatto.

Risalendo le scale per andare a prendere il necessario per pulire e disinfettare il pavimento in linoleum, l’adrenalina, che mi aveva mantenuto compos mei più di un’ora, mi stava ora causando un diffuso tremore e l’attacco d’ansia che avevo tenuto così ben sotto controllo, si manifestava in tutta la sua violenza.
Tuttavia ormai avevo tutto quanto mi occorreva: dal telefono ai medicinali, che porto sempre in borsetta. Ho chiamato i miei genitori, per avvisare che tardavo e mi sono presa il tempo necessario onde ritornare sufficientemente tranquilla per guidare fino a casa.

Cosa ho esclamato, quando le porte dell'ascensore si sono aperte, io che mi ritengo ignorante, un po' stupida, quanto meno lenta a capire, che non mi stimo...?  Insieme con il sospiro di sollievo per essermi liberata, mi è uscito un "Dio, quanto sono intelligente!", che i giorni seguenti mi ha fatto riflettere - non poco - su cosa nasconda la mia psiche subcosciente.


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15 agosto 2007

Ferragosto.


Non amo le feste istituzionali.

Per me "festa" è una giornata particolare, magari imprevista, quando la sera chiudi gli occhi e sogni ancor prima di addormentarti.
 
E questo indipendentemente dal motivo che ti ha indotto ad essere felice.

Domattina dei fuochi d'artificio di stanotte non rimarranno che vuoti contenitori di carta bruciacchiata.

Forse per me la festa comincerà domani all'alba.

O nei miei sogni, tra le braccia di Morfeo.




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10 agosto 2007

E le stelle...


Questa notte le stelle non stanno a guardare, ma ... cadono!
 

  


 


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7 agosto 2007

A come Amicizia.

 





Sovente mi sono chiesta cosa sia l'amicizia.
Per me è un sentimento quasi inesplorato, che mi ha inferto parecchie ferite e donato poche gioie; molto più numerose le disillusioni.

Mi è stato detto che tendo ad amare troppo e che questo atteggiamento spaventa; forse è così anche nelle amicizie, considerando gli scarsi risultati che ho ottenuto nella mia vita.

Il fatto è che io attribuisco a tal termine una valenza molto alta, quasi più che all'amore; o per meglio dire: non concepisco amore senza amicizia. 

E dunque cos'è l'amicizia, sulla quale tanto si è scritto fin dall'antichità?
Cosa distingue i semplici conoscenti dagli amici, dal momento che anche i primi ormai vengono onorati di tal nome?

Cosa l'amicizia gentile, cortese, semplice dall'Amicizia con la A maiuscola, come si suol dire?

Lo sbocciare in età giovanile e l'essere cresciuti insieme?  O ha pari dignità un'amicizia fra due anziani, conosciutisi durante una partita a bocce?  E quella - così attuale - sostenuta dagli scambi epistolari in internet si può definire tale?

E' la durata nel tempo?  L'intensità di incontri?  La profondità del sentimento? Ma un sentimento può divenire profondo anche se nasce in tarda età, anche se i momenti di contatto sono brevi e fugaci?

E cosa determina l'attrazione che poi si svilupperà in un legame amichevole? Stessi interessi? Medesimo background? Ambiente culturale simile?
No, non credo.
Forse una questione chimica, come pare sia per l'amore?

Talvolta mi è capitato di sentirmi definire "amica" da persone per le quali io nutro stima e simpatia, ma non quell'affetto profondo che giudico indispensabile per poter parlare di amicizia e di provare per questo un certo imbarazzo.

Ciò mi è successo soprattutto nei rapporti creatisi tramite la lettura dei blog. Le persone sono più o meno sempre le stesse: si formano delle aggregazioni, con varie propaggini, che girano intorno a pochi nuclei, tanto che se ci trovassimo tutti in una piazza, forse ci riconosceremmo anche senza esserci mai visti.

In ogni modo, mi accorgo che basta poco per essere incensati e accarezzati. In un primo momento questo mi infastidiva; ora ho imparato non a essere falsa, ma meno ritrosa di quanto sarei di natura.

Sto imparando però anche a fare una cernita, molto selettiva. Infatti a leggere e lasciare commenti sul mio blog non passa quasi più nessuno.  Non è soltanto perché è poco interessante, ma perché le "amicizie" vanno coltivate, altrimenti sublimano.  E questo io non so farlo a comando.

Nella vita reale non ho persone che considero amiche. Sì ho rapporti buoni o discreti con i colleghi, ci si fanno anche confidenze, si ride insieme, ma quando sono sola difficilmente penso a loro. Non voglio qui dilungarmi a spiegare il perché sia così isolata.

Mi succede invece di portare con me, durante la giornata, pochissime persone conosciute tramite i due blog che ho tenuto. Il rapporto che ho con ciascuno di loro è di diversa intensità, ma mi procura una tale gioia che non pensavo potesse accadermi sul far dell'autunno della vita.

Ero sul punto di parlarne, ma non lo farò.
Voglio lasciare tutte le domande che mi sono posta in sospeso... Per chi avrà la generosità di leggere e di aggiungere un proprio contributo.



                                                             

                                                              Alberto Cristini
                                                              Statua dell'Amicizia
       ________________


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3 agosto 2007

Se volete adottare un gatto - appendice.

 APPENDICE al post del 31 Luglio 2007.

          


Rifacendomi al post di cui sopra, vorrei narrarvi una vicenda realmente accaduta ad un mio collega, alle prese con una gatta e una scatola di antibiotici.

Nebbia, detta Nebbiolina è una certosina dal carattere dolce, ma piuttosto indipendente, cosa che il giovane ricercatore aveva sottovalutato.

"Facile", aveva pensato quando gli avevano spiegato la procedura: accovacciarsi a terra, prendere la gatta in braccio e, con mosse rapide, forzare le fauci del felino, infilare in fondo la pillola e quindi tenere chiusi bocca e naso per una decina di secondi, al fine di farla deglutire.

J. però non aveva tenuto conto della stupefacente abilità nell'uso della lingua che hanno i gatti e la realtà si presentò alquanto più ostica:  Nebbia era schizzata via, lasciando in pegno a J. un discreto graffio sul braccio e la compressa roteante in aria, indi volatilizzata durante la caduta a terra.

La moglie, rientrando lo aveva trovato carponi, sanguinante, mentre inutilmente cercava prima di ritrovare la pasticca e poi di far uscire la micia da sotto il letto.

F. rincarò la dose con un: "Ma cosa le hai fatto?!",  tuttavia non si dimostrò punto disposta alla collaborazione.


                                          

La mattina seguente, avendo J. rimandato l'operazione affinché Nebbiolina si calmasse, complice la notte che pareva aver portato consiglio, non si perse d'animo e - alzatosi di buon ora - già pronto per recarsi in ufficio, ma con una mezz'oretta di anticipo, entrò in cucina e si chiuse dentro, solo.

Macinò in un mortaio la pastiglia fino a ridurla in polvere e la mischiò ad un prelibato omogeneizzato per bambini, che aveva acquistato al volo la sera precedente e che si era già assicurato fosse di gradimento della gatta.

Indi, uscì invitante con l'omogeneizzato e chiamò Nebbia. Attratta dal profumo del cibo che aveva provato la sera prima, lei accorse senza timore. Inutilmente però, perché, avvicinandosi alla ciotola della pappa, percepì l'odore del medicinale e si rifiutò perfino di assaggiare.

Pensiero e azione rapidissimi, J. prese allora l'omogeneizzato con le dita e ne ricoprì le zampe anteriori della micetta, pensando che, per pulirsi, lei sarebbe stata costretta a leccarsi e quindi ad assumere l'antibiotico.

Tutto si svolse in pochi secondi, allo scadere dei quali la scena che si presentò agli occhi di F. - ignara dell'idea del marito - era questa: l'uomo ricoperto di schizzi di omogeneizzato da capo a piedi: viso, camicia pulita, calzoni da ufficio e perfino il pavimento era pasticciato e pesticciato.
Poco distante, Nebbia si stava leccando con calma le zampine sul cui pelo, particolarmente idrorepellente, era rimasto solo l'odore.

F. non disse nulla: bastò l'occhiata che rivolse al suo giovane consorte.
Eppure J. non voleva darla vinta alla gatta.  La sera, rientrato ancora in anticipo, si nascose nuovamente in cucina e preparò daccapo la terribile miscela di antibiotico in polvere e carne omogeneizzata.
Ne fece una crema particolarmente morbida e uscì ad affrontare l'avversaria di quella che ormai era diventata una sfida.

Questa volta la prese in contropiede: svelto, la immobilizzò tra le gambe e prima che potesse sfuggirgli, gli cosparse il musetto, come una signorina che si spalma una maschera di bellezza.

Nebbiolina rimase immobile, esterrefatta, incredula che proprio a lei potesse essere stata inferta una tale onta.  Pareva la statua di un gatto egizio.  Per un po' resistette, ma alla fine il suo istinto di pulizia prevalse e cominciò a leccarsi, con aria schifata, prima la bocca, adagio e poi, piano piano, tutto il resto.
 
J. continuò la cura in questo modo, nonostante ogni sera fosse sempre più impegnativo trovare i nascondigli della micia, che guarì, ma certo non gli fu mai riconoscente.

 

Non ho potuto avere la foto di Nebbiolina...


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2 agosto 2007

L'ultimo giorno.

                                      


Le stragi per esplosione si assomigliano tutte: l'imprevedibile, il momento fulmineo dello scoppio, il non capire cosa sia successo, ma la dolorosa e vaga percezione che è qualcosa di terribile, di mai sperimentato e poi il sangue, le macerie, i soccorsi, il cercare i propri cari...  E le storie di dolore dei sopravvissuti e dei morti: ciascuna particolare, ciascuna unica, come uniche sono tutte le esistenze.
La ricostruzione, la memoria e troppo spesso, in Italia, la mancanza di giustizia.
 
La strage della stazione di Bologna però rimane la "mia" strage, non perché io o qualcuno che conoscessi ne sia rimasto coinvolto, ma per una di quelle sfuggenti congiunture del "Caso" che ti fanno essere altrove, quando era proprio lì che dovevi trovarti.
 
In quel periodo mi capitava di sostare di frequente nella sala di seconda classe della Stazione ferroviaria di Bologna, per attendere una coincidenza.
Un libro, la valigia, lì come tanti ad attendere un altro treno: uniti per quelle poche manciate di minuti e separati poi da altri binari.
Il mio mi avrebbe riportato ad un lavoro che svolgevo sulle Dolomiti.

Ero ritornata a casa per pochissimi giorni, ma il personale era scarso in quel periodo e mi telefonarono per chiedermi se potevo rientrare con un giorno di anticipo.  Accettai, anche se la cosa certo scombussolava i miei progetti e il 1 Agosto, poco dopo le dieci ero seduta in una sala d'aspetto affollata di viaggiatori, con lo sguardo abbassato sul libro, per restarmene tranquilla per i fatti miei.

C'era forse chi già stava preparando una valigia dal contenuto diverso da quello più o meno standard degli altri.  Nascosti da qualche parte, maneggiavano e sistemavano l'esplosivo con perizia, posizionavano il detonatore, regolavano l'ora...

Ignari, tutti noi prendemmo per mano il nostro destino e salimmo sul treno che ci portava via, in quel penultimo giorno.
                                                                                          


     
La mattina del 2 Agosto, altre persone, simili a quelle di sempre, presero il nostro posto, incoscienti che QUELLO era  L'ULTIMO GIORNO.

Facce, corpi, zainetti, valigie, voci uguali a quelli di ieri.  Sul volto dipinta la voglia di mare o la seccatura per una licenza finita troppo in fretta.
Bambini che ridevano schiamazzanti o facevano i capricci e quell'ultimo rimprovero, non sapendo che non avrebbe avuto il tempo per sorridergli di nuovo.
"Ancora qualche decina di minuti... E se uscissi a fare un giretto?  Ma no fa già troppo caldo, meglio starsene qui seduti, all'ombra ad ASPETTARE pazientemente".

La morte non se ne va in giro con un mantello e un cappuccio neri e la falce in mano: che amici troverebbe da portare con sé?  Lei si camuffa e oggi è vicino a uno o due giovani che fingono di dimenticare il bagaglio,  distrattamente:   è lì che si infila ad ASPETTARE,

anche lei senza fretta, il SUO momento:       


Potente lancia il suo richiamo: è un boato che si sente lontano, fuori dalla Stazione, nei bar dove la gente smette di bere il caffè e allarga le pupille, in ascolto...  In ascolto di un silenzio molto più spaventoso dello scoppio secco e del rombo rovinoso successivo, un silenzio brevissimo e interminabile.

E accorrono e chiamano soccorsi, perché dalla Stazione sale un inequivocabile grossa nube di fumo e si sparge ODORE di STRAGE.




            

Segnalo:   http://studenti.scuole.bo.it/5b5/progetto2004/stazione.htm

 
 

"Mi sono sentita volare in aria, ho visto tutto dall'alto. Poi mi sono ritrovata per terra, coperta di detriti, e un capannello di persone sopra di me. Mi dicevano: 'Stia tranquilla signorina, la tireremo fuori'. Ma quando mi hanno messo in barella ho gridato, perché faceva male. Ero con mio padre, e Sonia, mia cugina. Stavamo andando ad Ortisei. Dopo l'esplosione iniziai a gridare, a cercare Sonia. Ma il boato le aveva lesionato i timpani, e non mi sentiva. In quel momento ho pensato fosse morta. Mio padre ci cercava. Mentre lo faceva, gli hanno messo tra le braccia un bambino morto. Da quel giorno non è stato più lo stesso. Ha avuto diversi infarti. Dal 2 agosto la mia famiglia non è stata più quella di prima. Mi emoziono, ma ce la faccio a ricordare, ce l'ho fatta per 25 anni. Ce la faccio anche oggi".
                                              Rosa Rita Bertini, sopravvissuta alla strage di Bologna



"Cominciai a correre. Cadevo sui vetri, inciampavo nelle valigie delle persone, a terra un tappeto di oggetti abbandonati. Gridavo, chiamavo: “Patrizia! Sonia! Patrizia! Sonia!”. D’un tratto, dal vestito, riconobbi Patrizia, era per terra, stava bruciando…"

Le vittime sono Sonia, di anni 6 e la sorella Patrizia, di anni 18.





  

Dopo pochi mesi sono passata ancora dalla Stazione di Bologna, ma ho cercato di evitare di guardare dove per tante volte mi ero fermata, dove avrei potuto morire.

Quando tutto fu rimesso a "posto" trovai il coraggio di rientrare nella sala d'aspetto di seconda classe, così tristemente nuova.
Solo lo squarcio sul muro, chiuso da un vetro, erà lì testimone muto, spoglio e toccante. Accanto, la lapide con i nomi delle ottantacinque persone che il 2 Agosto 1980 avevano perso la coincidenza con la vita.

C'è scritto VITTIME DEL TERRORISMO FASCISTA, ma la questione strage di Bologna, come tante altre degli "anni di piombo", ha ancora troppe zone d'ombra, sulle quali forse non si poserà mai un limpido raggio di sole.
E' morto con il sorriso di chi, quel giorno d'estate, aspettava un altro treno, non quello dell'ultimo giorno.
 

                                  

                         Il mio pensiero, ogni 2 Agosto, per chi è partito senza di me.
                          _________________


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2 agosto 2007

Bologna, 2 Agosto 1980. Gli scuri e i chiaroscuri.

 

 

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna.
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L'esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.

Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti. (testimonianze di Biacchesi e da "Il giorno")
La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze.

Maria Fresu si trovava nella sala della bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della madre.

Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all'ospedale Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara, 15 anni, era in partenza per l'Inghilterra. Le avevano accompagnate il fratello Andrea, e la madre Anna Maria Salvagnini. Il corpo di quest'ultima venne ritrovato dopo ore di scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo e nell'anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo l'esplosione tra atroci sofferenze.

Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo.
Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
"Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire", ha scritto Secci, "la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo".
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage.

La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.
I vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero 37, che si trasformò in un carro funebre.
E' lì che vennero deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle macerie.

Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all'aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò all'ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre camere mortuarie.
Per poche ore era circolata l'ipotesi che la strage fosse stata provocata dall'esplosione di una caldaia ma, quando il presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nasconse lo sgomento: "Signori, non ho parole" disse,"siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia".

Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.

Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.

Il 17 agosto "l'Espresso" uscì con un numero speciale sulla strage.
In copertina un quadro a cui Guttuso ha dato lo stesso titolo che Francisco Goya aveva scelto per uno dei suoi 16 Capricci: "Il sonno della ragione genera mostri".
Guttuso ha solo aggiunto una data: 2 agosto 1980.

Cominciò una delle indagini più difficili della storia giudiziaria italiana.

http://www.stragi.it

    





  


Bologna, 2 Agosto 1980 - 2 Agosto 2007
Un video-choc della strage 


 



Strage di Bologna, immagini dall'inferno. Due giovanissimi cameramen arrivano sul luogo dell'attentato e documentano tutto. Quaranta minuti che History Channel trasmetterà integralmente mercoledì 2 agosto alle 10.25, nell’orario esatto dell’esplosione. L'espresso anticipa i minuti iniziali, con le prime registrazioni della sala operativa e il sonoro originale dei soccorritori.
 
È una tragedia sottovoce. Sussurri, non grida. Forse per sentire i lamenti sotto le macerie. Un barelliere chiede «permesso per favore». Gesti composti, quasi lenti. Un uomo piange senza singhiozzi. Il rumore più forte è un grondare di calcinacci e vetri. Se fosse un film di fiction qualcuno urlerebbe ordini, altri si muoverebbero scomposti, ci sarebbero urla, invocazioni, pianti.

Ma questi quarantacinque minuti di 2 agosto 1980 non sono fiction, sono realtà. Nel mondo vero le tragedie non sono epiche: sono dolorosamente, assurdamente normali. La telecamera sobbalza, s´inclina, l´inquadratura taglia teste e gambe, «sono immagini sbagliatissime» si scusa Enzo Cicco, che le girò con una pesante, paleo-tecnologica camera a spalla, in mezzo alla polvere e al fumo. Oggi cameraman free-lance, allora non aveva ancora compiuto i diciannove anni, e quel servizio impossibile era il suo primo incarico per Punto Radio Tv, versione video della radio fondata da Vasco Rossi e poi acquistata dal Pci bolognese. Duro battesimo del fuoco, davvero. «Ero appena arrivato in via Barberia, mi alzavo tardi... Un giornalista dell´Unità corse giù dalle scale, ‘corri alla stazione, c´è stata un´esplosione, ci sono dei morti´».

Giù per via Marconi sul furgone rosso del collega Giorgio Lolli, e dopo l´incrocio quello spettacolo che non sembrava vero. La prima telecamera sul posto, pochi minuti dopo il botto. «Non mi feci domande, il mio compito erano le immagini». E via sulle macerie. Per la prima volta quelle tre videocassette scorreranno integralmente sul piccolo schermo. Furono utilizzate in parte da Sergio Zavoli per La notte della Repubblica. History Channel, che le manderà in onda all´ora esatta della strage, le 10.25 di giovedì 2 agosto (ma un´anteprima è visibile sui siti Internet repubblica.it ed espresso.it), ha invece scelto il no-comment: solo immagini, senza tagli, col sonoro originario (a parte qualche inserto coi messaggi radio dei soccorritori). 
Ed è proprio la nuda restituzione di quelle ore che impressiona. Poliziotti, impiegati in cravatta, baristi con il grembiule, hippy coi capelli lunghi, turisti in braghe da mare (era sabato di esodo) scavano con le mani, spostano detriti, portano tovaglie e asciugamani per avvolgere i corpi, senza quasi parlare tra loro, senza bisogno di darsi ordini, solo qualche «Occhio!», «Di qua, attento!», «Aspetta!», ma a bassa voce, come in chiesa.

Lavoro da formiche, come sapessero tutti e ciascuno cosa fare. In sei spingono un taxi maciullato. In quattro portano giù dalla montagna franosa un corpo immobile su una lamiera ondulata. Un cadavere bruciato tra due auto gialle. Una testa bionda immobile tra due lastre di pietra. Rumore d´elicottero, l´ombra scivola sul piazzale. La ruspa blu della polizia. Un medico, ma solo per un attimo, si mette le mani nei capelli. Sequenze lunghe, incerte: è uno sguardo umano, non meccanico. Saranno anche «sbagliatissime», ma queste immagini barcollanti ci portano in mezzo alla polvere, nell´androne sinistramente deserto, nei vagoni del treno dilaniato sul primo binario, sangue colato sulle schegge di vetro dei finestrini. Un terzo operatore, Stefano Ragazzi, mollò la troupe: «vado coi volontari dell´assistenza». Enzo e Giorgio pensarono alla memoria: Senza immaginare di documentare la storia.

Un´inquadratura all´orologio rotto e fermo sull´ora della morte: non era ancora diventato il simbolo. Via via che le cassette si esaurivano, Enzo le affidava a uno scooterista pescato a caso, «Vai, portala in via Barberia». Ci si fidava di chiunque, in quei momenti. Arrivarono tutte a destinazione. Andarono in onda prima che arrivasse la Rai con le sue cineprese, e quei primi collegamenti timorosi, «forse una caldaia», quando già il microfono della giornalista di Punto Tv, Tina Alboresi, raccoglieva le testimonianze furenti dell´edicolante, del sindacalista dei ristoratori, «Ma quale caldaia, c´era odore di polvere da sparo, è stata una valigia di tritolo».

E ancora soldati in fila indiana col piccone, ambulanze improvvisate, un tarantino che cerca il suo borsello, il rumore di una sega elettrica, una voce amplificata che incongruamente scandisce «unoduetre prova». Il poliziotto esausto allontana senza convinzione la telecamera.
La voce di Enzo gli augura «buon lavoro», lui per riflesso sorride e risponde «grazie».
Quant´è banale la storia vera, quant´è brutale.

Michele Smargiassi
La Repubblica, 30 Luglio 2007.

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/Bologna-2-agosto-1980-Un-video-choc-della-strage/1347345



           


   




Le voci della strage

Stazione di Bologna. Due giovanissimi cameramen arrivano sul luogo dell'attentato e documentano l'inferno: polvere, sangue, disperazione, rabbia e stupore. Quaranta minuti choccanti in onda su History Channel oggi, giovedì 2 agosto alle 10.25, nell’orario esatto dell’esplosione. Online su L'espresso i minuti iniziali, con le prime registrazioni della sala operativa e il sonoro originale dei soccorritori.



Erano passati pochi minuti e nessuno riusciva a capire. Perché sembrava incredibile. Il boato era stato sentito in ogni angolo della la città. Poi per pochi secondi il silenzio.

Ma le voci che lo avevano seguito parlavano di tanti morti: una decina, forse trenta. Una cifra impensabile: trenta morti alla stazione, nel cuore di Bologna, nei giorni dell'esodo d'agosto. Tutti correvano verso la piazza dilaniata: baristi con il grembiule addosso, cameriere con la divisa di una volta, operai in tuta blu, carabinieri con la cravatta da cerimonia. Per coprire i corpi travolti nel parcheggio dei taxi usavano le tovaglie. E subito l'incredibile diventava vero: i cadaveri erano decine. Alla fine saranno 85. 


                  

        

Uno dei simboli di quella tragedia: l’autobus 37 dell’ATC con le lenzuola ai finestrini
oltre all’orologio fermo alle 10.25.


                   


29 luglio 2000

Il viso di Marina Gamberini, sconvolto da una smorfia di dolore, ma anche di paura e di rabbia, è l'immagine-simbolo della strage di Bologna. Ha fatto il giro del mondo la foto di quella ragazza di 20 anni in barella appena estratta dalle macerie della stazione con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata in un grido che sembra lacerare l'aria.

Un'immagine che la tormenta da 20 anni. In stazione e' tornata per la prima volta pochi giorni fa a portare un manifesto in vista dell'anniversario: “Sono entrata da dietro, ma ho alzato gli occhi e ho visto l'orologio. Erano le 10:25. Sono rimasta impietrita. Sono uscita di corsa”.
 
Marina Gamberini oggi di anni ne ha 40 e da quel 2 agosto 1980 lotta con le sofferenze che le produce una ferita di 10 cm al cranio - vertigini che la inchiodano al letto per giorni - ma soprattutto con le crisi di panico, la depressione, “i buchi neri” in cui precipita improvvisamente sentendo un rumore o anche solo incontrando qualcuno

Vent'anni passati fra ospedali, psicologi e sedute di ipnosi per cercare di riprendersi una vita che da quel giorno è cambiata per sempre. “Questa non è la mia vita, è un' altra che io non ho scelto”.

Non le piace essere identificata con quella foto
, ma sa che non le può sfuggire perché da 20 anni quel marchio di vittima della strage di Bologna è diventata la sua identità :
 "Mi sento diversa ed è per questo che per tanto tempo l'ho nascosto”.
 
Si è sposata, cinque anni fa ha avuto un figlio, ma non è riuscita a trovare il filo della normalita': “Il rapporto con mio marito l'ho costruito insieme all'analista. Ci sono giorni in cui mi chiudo in casa e non voglio vedere nessuno. Metto in crisi qualsiasi cosa, anche quello che va bene. E' una lotta quotidiana. Per anni non ho voluto affezionarmi a nessuno per paura di perderlo”.
 
Nella strage Marina ha perso sei colleghe e per anni ha combattuto contro il senso di colpa: “perché io ero viva e le mie colleghe no. E' solo per loro che sono qui a parlare di quella maledetta foto”. Poi, mentre era incinta, ha perso entrambi i genitori: “Erano la mia cappa protettiva”. Ha partorito sotto la tenda ad ossigeno, in preda a una crisi di panico di quelle che ancora oggi la portano ogni tanto in ospedale.
 
Adesso lavora in Comune come impiegata, ma non le piace: “Sono assistente all'infanzia, ma quando mi proposero di lavorare in un asilo dissi di no. Ero imbottita di psicofarmaci, come facevo a stare con i bambini? Capisce quando dico che la mia vita è stata espropriata?”.

Davanti a lei è difficile pronunciare la parola perdono: “Fioravanti e Mambro hanno scelto di uccidere e adesso lavorano insieme per 'diritto di familiarità” perche' sono sposati. Sono seguiti dallo psicologo e dall assistente sociale.
"Io lo psicologo me lo devo pagare. Ed e' cosi' umiliante fare un paragone fra me e dei criminali”. 

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1 agosto 2007

Agosto.

 

Girasoli
Giuseppe Vallenari

È un promettente pittore veronese.
 Usa tecniche miste di acquerello e comuni pennarelli;
 riprendendo il suo patrimonio onirico, dà vita a paesaggi vertiginosi e surreali,
 a cavallo tra psichedelia ed un ordinato lirismo del colore.



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"Oh Signora Threadgoode,
io mi sento troppo giovane

per essere vecchia
e troppo vecchia
per essere giovane!"
 
Fried green tomatoes
27 Dicembre 1991.


 

 "La donna nell'arte"

 

 

"Women in film"
 

 

Toutefois
l'amour vrai rare peut être,
il est moins ainsi que l'amitié vraie.

Per quanto
il vero amore possa esser raro,
lo è meno della vera amicizia. 

François Duc de La Rochefoucauld

 

 

 


 

 

 Non nascondere
il segreto del tuo cuore,
amico mio!
Dillo a me, solo a me,
in confidenza.
Tu che sorridi così gentilmente,
dimmelo piano,
il mio cuore lo ascolterà,
non le mie orecchie.
La notte è profonda,
la casa silenziosa,
i nidi degli uccelli
tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti,
tra sorrisi tremanti,
tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore.

  Rabrindranath Tagore

                                     


    


    Le aleggiava sulle labbra
e le splendeva negli occhi
un sorriso tenero e radioso,
che pareva scaturire
dal cuore medesimo
della femminilità.

 
"La lettera scarlatta"
Nathaniel Hawthorne

 

 

                                               
 
                                                        
             Pierre Auguste Renoir
                 Spring bouquet, 1866


 
 


           

 

"Non permetterò a nessuno
 di mettermi in gabbia".


"Non voglio metterti in gabbia,
 io voglio amarti".

 

" E' la stessa cosa".



              
 

 

 

 


Sognare 

Fabia, sono Catullo.
Ti ricordi quando volevo baciarti
e non l'ho fatto?
Quando volevo toccarti
e non ho potuto?
Quando volevo portarti via
e me l'hanno impedito?
Ora ti sogno tutte le notti
e nessuno può farci nulla.

Da: Poesie d'amore
Enrico Galavotti

                                              
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Hanno alzato lo sguardo
a questo firmamento:


    


Adriana Libretti
Aidi
Aislinn
Ale (a destra)
Aleiorio
Alice
Alternativo 2
Amore di grafica - Kekkina
Anabasi
Animainviaggio
Annamarea - Anna Maria
Annie 80
Anelli di fumo - Sciltian
Ape_blog
Arciprete
Arraffagatto (Arfasatto-Serapione) - Elena
Attimo fuggente
Aurora 86
Barbarab
Baskerville *
Batlogreturns - Kia
Beppone
La casa di Beppone
Blue River - Mass(im)o
Bread & Roses - Simona
Broken clock
Calimero (Nuvolee)
Calma apparente - XaoS
Calzetta
Camera con vista - Claudia
Caravanserral (ex Il cavaliere
errante) - Nicola
Carezza invisibile - Irene
- ex BBMount
Carlo Rubboca *
Cat
Chiamami aquila
Coda di lupo - Gian Pietro
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Dimensione (distrattamente) Morgana - La bottega di spezie - Laura
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Ex Rastagirl- Dina *
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