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L'ultimo giorno.

                                      


Le stragi per esplosione si assomigliano tutte: l'imprevedibile, il momento fulmineo dello scoppio, il non capire cosa sia successo, ma la dolorosa e vaga percezione che è qualcosa di terribile, di mai sperimentato e poi il sangue, le macerie, i soccorsi, il cercare i propri cari...  E le storie di dolore dei sopravvissuti e dei morti: ciascuna particolare, ciascuna unica, come uniche sono tutte le esistenze.
La ricostruzione, la memoria e troppo spesso, in Italia, la mancanza di giustizia.
 
La strage della stazione di Bologna però rimane la "mia" strage, non perché io o qualcuno che conoscessi ne sia rimasto coinvolto, ma per una di quelle sfuggenti congiunture del "Caso" che ti fanno essere altrove, quando era proprio lì che dovevi trovarti.
 
In quel periodo mi capitava di sostare di frequente nella sala di seconda classe della Stazione ferroviaria di Bologna, per attendere una coincidenza.
Un libro, la valigia, lì come tanti ad attendere un altro treno: uniti per quelle poche manciate di minuti e separati poi da altri binari.
Il mio mi avrebbe riportato ad un lavoro che svolgevo sulle Dolomiti.

Ero ritornata a casa per pochissimi giorni, ma il personale era scarso in quel periodo e mi telefonarono per chiedermi se potevo rientrare con un giorno di anticipo.  Accettai, anche se la cosa certo scombussolava i miei progetti e il 1 Agosto, poco dopo le dieci ero seduta in una sala d'aspetto affollata di viaggiatori, con lo sguardo abbassato sul libro, per restarmene tranquilla per i fatti miei.

C'era forse chi già stava preparando una valigia dal contenuto diverso da quello più o meno standard degli altri.  Nascosti da qualche parte, maneggiavano e sistemavano l'esplosivo con perizia, posizionavano il detonatore, regolavano l'ora...

Ignari, tutti noi prendemmo per mano il nostro destino e salimmo sul treno che ci portava via, in quel penultimo giorno.
                                                                                          


     
La mattina del 2 Agosto, altre persone, simili a quelle di sempre, presero il nostro posto, incoscienti che QUELLO era  L'ULTIMO GIORNO.

Facce, corpi, zainetti, valigie, voci uguali a quelli di ieri.  Sul volto dipinta la voglia di mare o la seccatura per una licenza finita troppo in fretta.
Bambini che ridevano schiamazzanti o facevano i capricci e quell'ultimo rimprovero, non sapendo che non avrebbe avuto il tempo per sorridergli di nuovo.
"Ancora qualche decina di minuti... E se uscissi a fare un giretto?  Ma no fa già troppo caldo, meglio starsene qui seduti, all'ombra ad ASPETTARE pazientemente".

La morte non se ne va in giro con un mantello e un cappuccio neri e la falce in mano: che amici troverebbe da portare con sé?  Lei si camuffa e oggi è vicino a uno o due giovani che fingono di dimenticare il bagaglio,  distrattamente:   è lì che si infila ad ASPETTARE,

anche lei senza fretta, il SUO momento:       


Potente lancia il suo richiamo: è un boato che si sente lontano, fuori dalla Stazione, nei bar dove la gente smette di bere il caffè e allarga le pupille, in ascolto...  In ascolto di un silenzio molto più spaventoso dello scoppio secco e del rombo rovinoso successivo, un silenzio brevissimo e interminabile.

E accorrono e chiamano soccorsi, perché dalla Stazione sale un inequivocabile grossa nube di fumo e si sparge ODORE di STRAGE.




            

Segnalo:   http://studenti.scuole.bo.it/5b5/progetto2004/stazione.htm

 
 

"Mi sono sentita volare in aria, ho visto tutto dall'alto. Poi mi sono ritrovata per terra, coperta di detriti, e un capannello di persone sopra di me. Mi dicevano: 'Stia tranquilla signorina, la tireremo fuori'. Ma quando mi hanno messo in barella ho gridato, perché faceva male. Ero con mio padre, e Sonia, mia cugina. Stavamo andando ad Ortisei. Dopo l'esplosione iniziai a gridare, a cercare Sonia. Ma il boato le aveva lesionato i timpani, e non mi sentiva. In quel momento ho pensato fosse morta. Mio padre ci cercava. Mentre lo faceva, gli hanno messo tra le braccia un bambino morto. Da quel giorno non è stato più lo stesso. Ha avuto diversi infarti. Dal 2 agosto la mia famiglia non è stata più quella di prima. Mi emoziono, ma ce la faccio a ricordare, ce l'ho fatta per 25 anni. Ce la faccio anche oggi".
                                              Rosa Rita Bertini, sopravvissuta alla strage di Bologna



"Cominciai a correre. Cadevo sui vetri, inciampavo nelle valigie delle persone, a terra un tappeto di oggetti abbandonati. Gridavo, chiamavo: “Patrizia! Sonia! Patrizia! Sonia!”. D’un tratto, dal vestito, riconobbi Patrizia, era per terra, stava bruciando…"

Le vittime sono Sonia, di anni 6 e la sorella Patrizia, di anni 18.





  

Dopo pochi mesi sono passata ancora dalla Stazione di Bologna, ma ho cercato di evitare di guardare dove per tante volte mi ero fermata, dove avrei potuto morire.

Quando tutto fu rimesso a "posto" trovai il coraggio di rientrare nella sala d'aspetto di seconda classe, così tristemente nuova.
Solo lo squarcio sul muro, chiuso da un vetro, erà lì testimone muto, spoglio e toccante. Accanto, la lapide con i nomi delle ottantacinque persone che il 2 Agosto 1980 avevano perso la coincidenza con la vita.

C'è scritto VITTIME DEL TERRORISMO FASCISTA, ma la questione strage di Bologna, come tante altre degli "anni di piombo", ha ancora troppe zone d'ombra, sulle quali forse non si poserà mai un limpido raggio di sole.
E' morto con il sorriso di chi, quel giorno d'estate, aspettava un altro treno, non quello dell'ultimo giorno.
 

                                  

                         Il mio pensiero, ogni 2 Agosto, per chi è partito senza di me.
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Pubblicato il 2/8/2007 alle 10.25 nella rubrica Diario.

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