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Una vigilia di Ferragosto non convenzionale.

 



E’capitato che, leggendo di sprovveduti incappati in una disavventura, io pensassi: “Ma come si fa a cacciarsi nei pasticci in quel modo?! Bisogna proprio cercarseli!”.
Mia nonna tuttavia soleva dire, in dialetto che qui tradurrò approssimativamente: “Meraviglia ci si fa, dentro ci si va”.
Basta un momento in cui si è immersi in altri pensieri, qualche confluenza di casualità ed il gioco è fatto.

La vigilia di ferragosto, alle diciannove, ero ancora in ufficio: stavo sistemando le pratiche sulla scrivania e spegnendo il computer, quando ho deciso di scendere per rilevare l’orario di uscita tramite l’apposita tessera a banda magnetica. Non desideravo che apparisse un’ora troppo tarda, ma prima di uscire volevo chiudere con calma e innaffiare le piante.
E qui sono iniziate le fortuite coincidenze.

Abitualmente non uso l’ascensore per discendere: sarebbe perfino un controsenso: ascensore, ascendere, salire… Che battutina spiritosa, da fare giusto seduti alla scrivania e non chiusi in un ascensore!
P
orto sempre con me il cellulare quando mi muovo, ma avevo fretta ed ero alquanto stanca, per cui mi sono infilata, senza pensare alle possibili conseguenze, dentro quella trappola in acciaio che ci porta su e giù in un tunnel di cemento. Solo a pensarci mi vengono i brividi e infatti non ci penso, la mattina, appesantita da borsetta, valigia 24 ore e contenitori vari: io mi sposto da casa come se dovessi fare un trasloco, è una vera fissazione, oltre che il modo di tamponare il mio crescente disordine mentale e materiale.

E’ un montacarichi spazioso e lento, che ti lascia il tempo di pensare o di mettere a riposo i neuroni, cosa – quest’ultima – che ho messo in atto quella sera. Quando finalmente sono arrivata al piano terra, le due porte (esterna e interna) si sono aperte per una decina di centimetri tra stridii e cigolii che davano un’idea dello sforzo cui erano sottoposte. Ho cercato di forzare l’apertura, di aiutare l’ingranaggio, ma con un ultimo grido si sono richiuse, lasciando un’apertura di circa cinque centimetri.

Per un momento sono rimasta immobile, senza altro vago pensiero se non che mi sarebbe venuto un attacco di panico.
Invece ho iniziato a mettere a fuoco la situazione: il ragazzo che si occupava della portineria era andato via prima del solito, il custode era in vacanza, qualche dipendente ci sarà anche stato in servizio, ma forse in un luogo troppo lontano del Complesso perché potesse sentirmi. Chiamare aiuto con il telefono impossibile perché l’avevo lasciato in ufficio a finire di caricarsi. Non una leva di sicurezza per aprire: solo una lista di numeri telefonici e un pulsante con un campanello di allarme.
A mio favore: l’ascensore si era fermato al piano terra e sotto c’erano solo i pochi metri che portavano allo scantinato; non si era fermato contro la parete e c’era un’apertura sufficiente perché entrasse aria; le luci rimanevano accese.

Ero stupita di come riuscivo ad esaminare il contesto con lucida calma, proprio io che spesso vado in tilt in situazioni del tutto normali, io che assumo psicofarmaci contro gli attacchi d’ansia profonda e apparentemente immotivata.

Ho cominciato a suonare ripetutamente il campanello, con la tenue speranza che fosse in qualche modo collegato al servizio di guardia notturna, ma i numeri di telefono dei metronotte in bella vista, mi facevano presupporre che l’allarme si propagasse nel solo complesso. Cercavo di sbloccare le porte, forzandole con le mani, ma riuscivo solo a provocarmi degli arrossamenti vistosi sulle nocche, data la ristrettezza della fessura.

A un certo punto mi è parso di sentire delle voci in lontananza e ho chiesto aiuto a gran voce: nulla. Quando mi sono stancata di premere il pulsante d’emergenza, prendendo atto che non si arrivava a nulla, ho considerato la possibilità di bloccare il raggio della fotocellula per far in modo di attivare il meccanismo automatico di apertura. Con un ginocchio ne interrompevo la linea e con le mani continuavo a tentare di aprire a forza di muscoli, non molto potenti, per la verità: il varco è rimasto delle stesse identiche dimensioni, non un millimetro in più.

I minuti passavano e quel vago stimolo, che avevo cercato di ignorare, si faceva via via più pressante, probabilmente alimentato dalla difficoltà contingente: insomma l’impianto idraulico del mio corpo esigeva di essere… diciamo drenato, complice la gran quantità d’acqua bevuta durante la giornata, cosa che raramente mi succede.
Non ho perso la testa nemmeno in quel frangente: avevo fortunosamente con me un pacchetto di fazzolettini di carta e con quelli mi sono arrangiata (non voglio qui scendere nei particolari), considerando – una volta di più nella vita – quanto siano dotati di un’attrezzatura più adatta allo scopo gli uomini!

A quel punto mi sono fermata a considerare il quadro complessivo: davanti un giorno di festa in un periodo di ferie; il metronotte sarebbe – forse – entrato a fare un giro di ispezione non prima delle due o le tre; mio marito avrebbe telefonato a lungo dalla montagna e infine – preoccupato – avrebbe chiamato i miei genitori.
Questi, nel frattempo, agitatissimi, mi avrebbero inutilmente telefonato in ufficio e sul cellulare e si sarebbero precipitati in città con mio fratello per vedere se la mia auto era ancora in parcheggio. I cancelli però sarebbero stati chiusi e non avrebbero saputo chi avvisare.
Già vedevo una squadra di carabinieri e vigili del fuoco fare irruzione nel plesso e trovare me e una “pozzetta” (aiuto, che imbarazzo!) chiuse in ascensore, i titoli sul giornale locale e il mio nome, abbastanza pubblico per essere conosciuto da parecchie persone, associato ad una di quelle avventure che io stessa definivo da sconsiderati, per usare il termine meno offensivo tra quelli che sarebbero volati.

Per mesi avrei subito i rimbrotti dei miei, che si sarebbero sentiti offesi da una figlia dai comportamenti sempre stravaganti e che già ha la fama di non essere mentalmente del tutto a posto: “il paese è piccolo e la gente mormora…”.
Mio marito si sarebbe arrabbiato moltissimo e probabilmente mi avrebbe fatto sentire ancor di più in colpa, anticipando il rientro dalla sua vacanza.
I colleghi mi avrebbero preso in giro… A vita!
Gli addetti alla sicurezza avrebbero fatto rapporto e ci sarebbe stata un’inchiesta dell’Ente datore di lavoro sul “perché e il per come” mi trovavo lì a quell’ora.

Sarebbe bastato un cellulare per telefonare al metronotte e invece se ne stava su, poggiato sulla scrivania, quando io ho l’abitudine di portarlo sempre con me.
Ebbene di tutto questo la mia unica vera preoccupazione era la paura che avrebbe assalito i miei genitori, ma continuavo a nutrire l’irrazionale fiducia che sarei uscita.

Come faccio sempre in circostanze negative, immaginavo quale potesse essere la peggiore delle ipotesi, mi figuravo gli eventi e la scena finale e mi preparavo psicologicamente, consolandomi con quello che non era successo: trovarmi, per esempio, sospesa più in alto e con il cemento tutto intorno. Almeno lì potevo sbirciare fuori e respirare!
Mi ha davvero sorpreso trovarmi così razionale. Ho esaminato quello che potevo utilizzare: in mano tenevo un fermaglio grande per la carta, casualmente rimasto tra le mie dita e la tessera di rilevazione magnetica delle presenze.

E’ stato un flash: fotocellula, elettromagnetismo… Non ricordo nulla sull’argomento dai tempi del liceo, se mai lo studiai, però provare a farli interferire… Per precauzione, in precedenza, avevo infilato a forza una scarpa nella fessura, in modo che non potesse chiudersi del tutto, quindi cosa avevo da perdere? Dopo aver tolto la tessera dalla custodia, l’ho passata alcune volte – velocemente – davanti alla luce rossa, con il presentimento che avrebbe funzionato.
Infatti, come il sesamo di Aladino alla famosa frase, anche le porte dell’ascensore si sono aperte con incredibile facilità, scorrendo lisce sui binari. Il fatto che non si richiudessero era un dettaglio che non mi toccava affatto.

Risalendo le scale per andare a prendere il necessario per pulire e disinfettare il pavimento in linoleum, l’adrenalina, che mi aveva mantenuto compos mei più di un’ora, mi stava ora causando un diffuso tremore e l’attacco d’ansia che avevo tenuto così ben sotto controllo, si manifestava in tutta la sua violenza.
Tuttavia ormai avevo tutto quanto mi occorreva: dal telefono ai medicinali, che porto sempre in borsetta. Ho chiamato i miei genitori, per avvisare che tardavo e mi sono presa il tempo necessario onde ritornare sufficientemente tranquilla per guidare fino a casa.

Cosa ho esclamato, quando le porte dell'ascensore si sono aperte, io che mi ritengo ignorante, un po' stupida, quanto meno lenta a capire, che non mi stimo...?  Insieme con il sospiro di sollievo per essermi liberata, mi è uscito un "Dio, quanto sono intelligente!", che i giorni seguenti mi ha fatto riflettere - non poco - su cosa nasconda la mia psiche subcosciente.

Pubblicato il 25/8/2007 alle 20.58 nella rubrica Diario.

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