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Del disordine caotico e dei rapporti virtuali e reali.

 

Seduta sul pavimento, accerchiata, presa in trappola, da pile di scatole e scatoloni, cerco di sistemare brandelli di vita, raccolti alla rinfusa in contenitori vari.

Ci sono gli ultimi cinque anni, scompigliati dalle periodiche e affannose ricerche di documenti o oggetti che sembrano assorbiti nel marasma e che regolarmente compaiono quando sto cercando, sempre afflitta dall’urgenza, qualcos’altro che non trovo.

Sono la rappresentazione esteriore del mio disordine interiore: ormai è una montagna polverosa e caotica che mi sovrasta e mi spaventa.

Sto meditando su quale di queste due strategie sia meglio adottare: tenere quello che si deve e buttare quello che si può o gettare ciò che si deve e trattenere ciò che si può… Quand’ecco, mi capita tra le mani un plico di fogli contenuto in una bustina di plastica trasparente.

Sono stampe di mail ricevute anni fa; la prima è del Dicembre 2003, auguri di Natale, dal tono confidenziale, per me e la mia famiglia, firmati da un tal Michele Zardi: ”Carneade! Chi era costui?”,  mi sovviene l’esclamazione di manzoniana memoria.

Proseguo e mi ritrovo a leggere conversazioni di qualche anno fa, con varie persone  e tutte molto affettuose.

Con la mania che ho di conservare tutto, nell’illusione di rallentare il tempo, di ritrovare - attraverso gli scritti - brevi istanti felici, resto ancorata al passato e tralascio di vivere il presente.

Non so fare una selezione tra le cose importanti e quelle insignificanti come un folletto di polvere, in un pomeriggio d’estate.

Così ora ho dinnanzi agli occhi parole pensate anni fa, da qualcuno che non si ricorderà di me, come io di lui; sentimenti bruciati con la rapidità di un foglio di carta, che sicuramente sembravano così intensi e invece erano un fuoco evanescente, di cui si è disperso in fretta il fumo.

Scorrendo lo sguardo su tutte quelle scatole colme di cianfrusaglie che soffocano oggetti e documenti che andrebbero conservati in ben altro modo, mi rendo conto che rappresentano la mia vita: un caos totale che mi confonde, fino a non riuscire ad individuare le priorità.

Non so mai qual è il lavoro che devo svolgere per primo, non so organizzarmi… Agitata, passo da una faccenda all’altra e finisco per essere bloccata dalla morsa dell’ansia. Da molto tempo i miei pensieri sono confusi come il contenuto delle scatole che mi attorniano.

Ripenso a Michele Zardi e a tutti gli altri che, in questi cinque anni di frequentazione della rete, sono passati nella mia vita e mi rendo conto di quanto le conoscenze in internet siano effettivamente virtuali, se non supportate da un dialogo continuo, meglio ancora da qualche incontro.

Avete mai notato quanto slancio vi sia e che abbondante uso si faccia di termini affettuosi e iperbole? Le prime volte che mi rapportavo ad altri internauti, rimanevo interdetta, imbarazzata: non capivo queste manifestazioni di affetto per una persona di cui conoscevano appena qualche dettaglio di un intero mondo, rispondevo in modo impersonale, raffreddando la controparte.

Poi si fa l’abitudine, si capisce che quello della rete è un linguaggio a se stante, costellato di tante “faccine” per ovviare all’impossibilità di leggere in un’espressione, in un lampo dello sguardo; a volte ridondante, esagerato nella forma, per sottolineare un calore che non può essere quello di due mani che si allacciano, di due corpi che si stringono in un abbraccio.

Sovente qualcuno mi scrive che gli pare di conoscermi da sempre, che non si è mai confidato tanto quanto con me, che sono una persona speciale e tanti altri apprezzamenti: non mi riconosco e non per modestia, ma perché non sono come vengo percepita.

Diamo di noi una parvenza che chi legge fa sua, secondo il proprio modo di sentire.

Nascono così le grandi amicizie, quelle “speciali” che nella vita non si sono mai incontrate; non posso fare a meno di domandarmi come mai in rete ci siano tante anime belle, che nella vita reale si nascondono.

Magari una di queste è la nostra collega di ufficio, ma il pudore di rivelare se stessi, che ci limita nei rapporti interpersonali, nella virtualità scompare.

A parte coloro che dietro un nick si creano una identità alternativa, quella di cui avrebbero voluto essere titolari, ma che il destino non ha loro attribuito, gli altri – complice l’anonimato - esprimono i pensieri più profondi, più segreti, le passioni, il sentire con la pancia, con il cuore o il raziocinare e i sofismi più raffinati.

Si scrivono poesie, si racconta, si affrontano temi sociali, si parla dei propri guai, ci si confronta: è una esplosione di personalità caleidoscopiche, spesso affascinanti.

Viene allora spontaneo chiedersi se dietro i Monsieur Travet del quotidiano non si nascondano spiriti eclettici, castrati dall’abitudine dei rapporti stereotipati o se la realtà virtuale non faccia da filtro, presentandoci solo alcuni selezionati aspetti di Monsieur Travet.

Intanto contemplo quelle onde di scatole dal contenuto dimenticato e d'improvviso le associo alle cartelle dei miei numerosi contatti, dove sono raccolte tante mail di troppe persone: fuochi fatui di cui non ricordo nulla, meteore sfolgoranti che sembravano affetti così intensi e poi svanite senza traccia, a parte un piccolo calore, una brace coperta di cenere.

Cosa resta di tutti quegli abbracci e baci inviati da lontano, dei complimenti, delle critiche, dei sentimenti? Nomi che tendiamo a dimenticare, facce mai viste se non in qualche istantanea o nemmeno, luoghi in cui abbiamo immaginato i nostri “amici”… Solo qualche pallido fantasma?

No, resta un arricchimento interiore, una più affinata capacità di comprendere gli altri, una mente più aperta al dialogo, al confronto… O almeno, questo dovrebbe rimanere.

Allora, a che pro tenere tutte quelle cartelle zeppe di mail, scatole tracimanti di parole impolverate? Quello che ci hanno trasmesso e che forse anche noi abbiamo regalato, fanno parte ormai della trama e dell’ordito della nostra persona: quando non lo abbiamo rigettato immediatamente come un veleno, lo abbiamo assorbito e fatto nostro.

Ci sono pur tuttavia le eccezioni: quegli amici diventati reali, a cui ci lega un bene particolare, che sanno di noi più di qualunque altro a parte noi stessi, che sono usciti da una realtà virtuale per diventare parte integrante della nostra vita, che frequentiamo attraverso vari mezzi di comunicazione, da anni.

Nasce perfino l'amore in rete e spesso resiste anche alla prova della fisicità, a testimonianza che, nonostante viviamo in un mondo dove l'apparire conta più dell'essere, ci sono ancora persone che si innamorano dell'interiorità e non di una bellezza effimera e talvolta solo facciata di un palazzo vuoto.

Il tempo scorre: meglio smettere di divagare e tornare alla selezione delle mie concrete, rigonfie e caotiche scatole.

 




21 Settembre 2008 - Dalla lettura dei commenti, mi sono resa conto che non sono riuscita a farmi capire: mi sono persa in rivoli, anziché seguire il corso del fiume.

L'intenzione era quella di sottolineare il carattere dei rapporti virtuali, ma soprattutto la mia difficoltà di compiere una scelta: sono numerosissime le personalità che mi affascinano, ma il tempo a disposizione non permette di conoscere e frequentare tutti.

L'analogia era tra l'incapacità di decidere, senza rimpianti, quali dei ricordi affastellati nelle mie scatole di cartone fossero da conservare e quali da buttare e quella di operare una selezione tra le persone che ho "classificato" nelle scatole virtuali, le cartelle della posta elettronica.

Finisco per intrattenere rapporti intensi, ma brevi, oppure lunghi, ma superficiali; conto numerosi conoscenti, ma quasi nessun amico; faccio una gran confusione fra le vite degli altri e i relativi dettagli.

Tutto questo non mi piace, tuttavia non vedo soluzioni alternative.  Qualcuno sa suggerirmene?

 

Pubblicato il 16/9/2008 alle 0.11 nella rubrica Riflessioni.

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